New Frontier

«Papà, non sembra neanche di andare in moto», commenta mia figlia preoccupata, mentre avvolti dalla nuvola di ricinato la mia memoria è impegnata dalle note di “Supper’s Ready” dei Genesis.

Esito. Dovrei risponderle. Ma aggiunge: «Se questo va così, con il cinquantino cosa faccio, scendo e spingo?». A me, intanto, come un lampo è tornato in mente l’eterno irrisolto quesito: “Ma i Genesis sono di destra o di sinistra?”.

Sorrido. È veloce il suo pensiero. Ha un bel passo. Diretto. Ma per sua fortuna non capirebbe le allusioni di un’altra epoca. Storie (tese) da ricotta e mozzarella. Roba di un’altra era geologica.

Dovrei risponderle invece che lo Zündapp è un 125cc. E lei, a proposito di moto, è abituata bene. A ben altre cilindrate. E che, dal cinquantino in poi, la strada è lunga. Molto più lunga di quello che può immaginare. E il bello, forse, è proprio quello.

In un attimo, però, sono di nuovo a quella domenica mattina di novembre 1982. Sull’asse viale Cassiodoro-viale Boezio. Con il mio Zündapp rosso, per la prima volta oltre la barriera dei 100km/h. Un muro invalicabile fino ad allora.

«E pensa che a me, allora, sembrava di volare…», mi sfugge invece con emozione. Ma senza nostalgia. Perché la nostalgia, che ci fa considerare il passato come un ricordo tutto sommato piacevole, ha una sola spiegazione. Del passato, oggi, conosciamo cosa è successo dopo. In modo che al ricordo togliamo la componente negativa dell’incertezza del futuro che allora c’era, e rendeva inquieti.

Lo Zündapp KS 125 WK è la moto dei miei sedici anni. A Milano e non solo, la moto dei «paninari». Che però allora, in quei primissimi anni Ottanta, erano tutt’altro rispetto ai «paninari» venuti dopo, dal 1984-85 in poi, e consegnati alla notorietà dai giornalisti di costume e dalla celebre parodia televisiva di Enzo Braschi.

Gli anni Ottanta, infatti, anche se oggi vengono raccontati come un unico periodo iniziato nel 1978 e finito negli anni 90, in realtà, per chi c’era, sono stati due periodi ben distinti. Il primo, durato dal 1978 al 1983. E il secondo, commerciale, degli yuppie, durato fino agli anni 90. E mai come in quel primo periodo tra il 1978 e il 1983, le scelte sono state così multiple, e mai si è vissuto a livelli stratificati, in gruppi ben separati, senza alcuna comunicazione o contaminazione.

Però mia figlia è curiosa. E c’è il rischio che documentandosi da sola confonda la “New Frontier” di Donald Fagan con “Wild Boys” dei Duran Duran. Il Bomber (o lo Schott) con il Moncler. I Vuarnet con i Ray-Ban Olympia. L’Anarca con l’habitus che divenne animus. I «paninari» di prima, con la generazione commerciale dei «paninari». Tutt’altra cosa, in tutt’altro mondo e in tutt’altro modo.

La Milano dei primissimi anni Ottanta infatti non era ancora la “Milano da bere”. In quella Milano insomma Giorgio Armani non era ancora un Emporio. Madonna Louise Veronica Ciccone era ancora una perfetta sconosciuta. E i Duran Duran e gli Spandau Ballet, come gli “yuppie”, erano ancora “non pervenuti”.

Nel 1982, Stefano “Michael” Rota e Stefano “Johnson” Righi, cioè “I Righeira”, non avevano ancora pubblicato “Vamos a La Playa”. Le radio private trasmettevano ancora i programmi di “dediche” ed essere «paninaro» era anzitutto pericoloso.

A marzo era morto John Belushi. E il Mondo, più che una speranza, aveva perso una possibilità. Belushi diceva: «La gente vuole apparire per ciò che non è. Tutti vogliono essere sempre perfetti, intelligentissimi, belli. La maggior parte dei film di oggi fa sentire la gente inadeguata. Io no». Ma era già stato bollato come “demenziale” (e si noti: “demenziale”, allora, aveva solo una valenza negativa, di ebete, folle, idiota).

A maggio era morto Gilles Villeneuve, a Zolder, e in Formula Uno si era chiusa un’epoca. Tra le altre Villeneuve aveva detto: «Se a un pilota come me togliete il piacere del pedale della frizione e del cambio da manovrare manualmente, beh, mi ammazzate, mi fate sentire un impiegato, mi trasformate in un travet della velocità. E io è tutta la vita che corro per scappare da un destino da impiegato». Ma fin dall’esordio era stato bollato come “l’aviatore” (e si noti: “aviatore” aveva solo una valenza negativa). E si sapeva: a fine stagione avrebbe lasciato la Ferrari. Scarsi risultati, dicevano. Poi, ne fecero un mito.

In luglio, invece, con grande sorpresa degli italiani tutti, l’Italia del pallone aveva vinto il Mondiale in Spagna. E mentre Tardelli, dopo avere segnato il temporaneo 2-0 nella finale, lanciava il suo urlo alle telecamere, l’effetto “Calibano davanti allo Specchio”, che per tutti gli anni 70 era stato di Fantozzi, era ormai saldo appannaggio del “terrunciello”.

Una parlata più che un personaggio, inventata da Giorgio Porcaro sui banchi di scuola del Liceo Beccaria di Milano. Ma portata al successo cinematografico da Diego Abatantuono, che del “terrunciello”, rispetto al biondo Porcaro, aveva un più fortunato “physique du rôle” e pure una maggiore frequentazione della periferia.

Nei cinema, davanti al “terrunciello”, e al Pasquale Ametrano emigrante di “Bianco, rosso e Verdone”, gli italiani tutti, come era accaduto per Fantozzi, ridevano pensando di vedere l’amico, o il parente, e mai loro stessi.

Poi però, una volta tornati a casa, procedevano a fare sparire le prove: via il pantalone a zampa d’elefante, via la pettinatura finto-afro, via la coda di volpe e la Fiat (o l’Alfa Romeo) coupé.

Perché da tempo archiviata la stagione dell’emigrazione di massa, che aveva trasformato le cittadine in sedicenti città, e le grandi città in sedicenti “metropoli”, davanti a quei personaggi, il popolo italiano tutto si rese conto di essere tutto composto da emigranti. Tutto da “terruncielli”, insomma.

Ciascuno, però, orgoglioso (e molto orgoglioso), della propria più o meno riuscita integrazione, al punto da proclamarsi fieramente: «Milanés i cient pé cient». In una Milano, nella quale, come nelle altre grandi città, la distanza tra il centro e la periferia era sconfinata quanto la distanza tra le grandi zone urbane e la provincia.

A Milano, come nel resto d’Italia, la frattura aperta nel 1978 aveva iniziato a inghiottire i dinosauri. Milano dunque non era più (o meglio, era sempre meno) la città della dittatura della “sinistra militante”, che imponeva le regole da rispettare o erano botte. Ma era pur sempre la città della disuguaglianza e dell’instabilità economica. Nella quale, malgrado qualche schiarita, l’atmosfera era più prossima agli anni precedenti che a quelli a venire.

La televisione non aveva ancora operato quella “mutazione antropologica” che avrebbe cambiato il paese negli anni successivi. Anche perché in televisione c’era ben poco da vedere oltre ai servizi di Beppe Viola (allora assai poco apprezzati) e a “Mister Fantasy” di Carlo Massarini, che l’anno precedente aveva lanciato l’esordiente Sergio Caputo.

Nei licei continuavi ad arrivare a Hegel, a saltare Nietzsche e Schopenhauer, e a passare direttamente a Marx. In letteratura il Futurismo e D’Annunzio non venivano neanche nominati. Certo, non rischiavi più, come era accaduto a Sergio Ramelli, di fare un tema che non andava bene al docente, che lo metteva nella bacheca della scuola e la settimana dopo di essere ammazzato a sprangate sotto casa. Al limite cambiavi scuola prima.

Ma nelle strade, perché si viveva ancora nelle strade in quegli anni, anche se i giornalisti, negli ormai sempre più rari resoconti degli scontri tra fazioni giovanili, scrivevano ancora di «sanbabilini», si usava già il termine «paninaro». Ed essere «paninaro» era pericoloso. Perché in quel periodo immediatamente successivo al declino delle ideologie, Milano era comunque la città delle prime tribù metropolitane che si rifacevano alle filosofie di vita delle rispettive subculture giovanili.

Punk, Mods, Ska, Rockabilly, Metallari e China (ovvero, i “cinesi”), le tribù metropolitane perpetuavano la tradizionale divisione della città in territori nei quali chi apparteneva a un diverso schieramento passava guai seri (e magari ci lasciava anche la pelle) anche solo provando a transitare.

Gli osservatori più superficiali affermano che alla base di quelle contrapposizioni vi fosse la diversa ideologia politica. Ma la politica in quanto tale, ormai tramontata l’era del Movimento studentesco e di Avanguardia Operaia (nome curioso, visto che tra i leader c’erano molti figli dell’alta borghesia milanese), rientrava assai meno negli interessi di ciascun gruppo, rispetto alle “filosofie di vita” (diverse ma non troppo), che si manifestavano attraverso la musica, l’abbigliamento, i luoghi e le abitudini.

Altri, invece, affermano che alla base di quelle contrapposizioni vi fosse la diversa estrazione sociale tra figli della borghesia medio alta e giovani di estrazione sociale meno borghese, più popolare. Già noto dal decennio precedente, però, che i giovani che davvero dovevano sbarcare il lunario non avevano tempo da dedicare alle manifestazioni, agli agguati e ai processi popolari come quello tenuto nei confronti di De Gregori sul palco del Palalido di Milano tra gli altri dalla figlia del giornalista Giorgio Bocca, esponente dell’Autonomia e oggi imprenditrice nei suoi vigneti di Dogliani.

Gli uni e gli altri osservatori però concordano nell’affermare che lo Zündapp fosse la moto dei paninari perché “la più cara sul mercato” (?!). Evidentemente ignari che, di gran lunga più costose dello Zündapp, erano rispettivamente: il Malanca 125 OB, inguardabile (perché esteticamente discutibile) gioiello di ingegneria (biciclindrico due tempi raffreddato ad acqua) dedicato al pilota Otello Buscherini (da cui la sigla OB), morto in un incidente al Mugello nel 1976, che, oltre a costare un terzo in più dello Zündapp (superava insomma i tremilioni di lire), andava anche il trenta per cento in più dello Zündapp. Poi, la Moto Guzzi 125 2C (commercializzata anche come Benelli 124), bicilindrico quattro tempi anch’esso inguardabile, che costava il trenta per cento in più dello Zündapp, ma che dello Zündapp, per il fatto di essere un quattro tempi, andava la metà. E infine il Benelli 2C, bicilindrico due tempi raffreddato ad aria che costava centomila lire meno dello Zündapp, ma che andava comunque un bel po’ meno dello Zündapp, a patto di non infilarsi quel ginepraio di modifiche ed elaborazioni che da sempre sono la gioia dei (soli) meccanici e benzinai.

D’altra parte i miti, si sa, sono un gran brutto affare. Il più delle volte si rivelano essere solo un pregiudizio impastato con i commenti (e di idee bislacche) di chi, come nel caso degli anni Ottanta, non ha vissuto quegli anni, vuoi perché troppo giovane, vuoi perché allora ancora legato alle pastoie politico-intellettualoidi del periodo precedente.

Lo Zündapp insomma, al prezzo di unmilionenovecentoventimilalire (dopo l’ultimo aumento di circa centoventimila lire causato dalle oscillazioni della Lira rispetto al Marco tedesco), a parte i suoi eterni e arcinoti difetti (“caratteristiche” si dicevano allora), era il miglior compromesso tra una moto performante e affidabile in un epoca in cui i nuovi capitani dell’industria motociclistica italiana avevano già dispiegato la loro capacità distruttiva, e gli altri 125cc. (Gilera TG, Cagiva, ecc.) stentavano a raggiungere i 110km/h, discorso a parte per il Laverda LZ 125 anche questo motorizzato Zündapp.

Altrettanto, quelle sottoculture dei primissimi anni Ottanta, erano invece così popolari perché alla fin fine tutti volevano fuggire in qualche modo dalla vita che facevano. Anche perché tra “dinosauri ideologizzati” del periodo precedente, morti ammazzati, eroina ed eroinomani, maghi che trasformavano i limoni in pere, rivoluzionari stile “comune del Ticino” e poetucoli da beat generation di Gallarate, che non riuscivano a essere Bukowski senza lasciare il nido paterno, ciascuno aveva dei pessimi modelli nelle rispettive esistenze.

Anche i «paninari». Ossia i frequentatori del bar “Al Panino” di Piazza del Liberty a Milano (o meglio del bar all’angolo tra via San Paolo e via Agnello). A tutti gli effetti fratelli minori dei «sanbabilini», già attraversati dalla stagione dei “Campi Hobbit”, oggi descritti come un fenomeno essenzialmente generazionale, legato a narrazioni alla Kerouac, impolitico nella sua essenza, osteggiato da più fronti che rimproveravano a quei ragazzi la stessa cosa, ma da tre prospettive antitetiche. Gli avversari, infatti, li rimproveravano in quanto avversari. E i ligi all’ortodossia, e i più radicali, accusavano invece quei raduni di essere una fuga in una Contea immaginaria, mentre le vere battaglie si combattevano altrove.

D’altronde, è risaputo. Ci sono due modi di reagire agli stimoli della vita: la simbiosi e il contrasto. E la rivolta, qualsiasi rivolta, da sempre avviene contro una qualche insopportabile costrizione (la tirannia, la pressione fiscale, l’ingiustizia sociale, ecc.).

La rivolta insomma è sempre indissolubilmente legata a una situazione. Si alimenta nella chiara coscienza di appartenere a un’entità collettiva. Ma si esaurisce nel momento in cui cessano le condizioni di costrizione dalle quali era stata determinata.

La rivoluzione invece si propone di sostituire all’ideologia dominante la propria ideologia, attraverso i rivoluzionari dotati di una coscienza ideologica molto più forte rispetto ai rivoltosi.

E diversa dalla rivolta e dalla rivoluzione, c’è però la ribellione.

I ribelli, come i rivoltosi, rifiutano l’ordine dominante del mondo. E come i rivoluzionari lo rifiutano in nome di un altro sistema di valori, di un’altra concezione del mondo.

Ma, a differenza dei rivoluzionari, i ribelli non hanno un’ideologia da imporre. Poiché, al contrario del rivoltoso o del rivoluzionario, per il ribelle non c’è nulla al di sopra della libertà.

Sta di fatto che a me prepotenti e dittature non piacevano neanche allora. E se ciò che distingue il rivoluzionario è la volontà di raggiungere uno scopo, il ribelle incarna invece uno stato d’animo e uno stile. Ma soprattutto, quando ci sono poche possibilità di scegliere, è meglio guardare in alto.

Tanto più che a settembre, pochi giorni dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, erano arrivati “Love Over Gold” dei Dire Straits, “Bella ’mbriana” di Pino Daniele, “Toto IV” dei Toto. E insieme alla mia tanto sospirata patente “A”, “Avalon” dei Roxy Music.

Poi, in ottobre, “The Nightfly” di Donald Fagan. E in qualche cinema “Blade Runner”, che però fin da subito si capì non era destinato a replicare il successo riscosso nella stagione precedente da “Il tempo delle mele”.

Pochi giorni dopo l’uscita di “Blade Runner”, però, nel tardo pomeriggio di una gelida domenica, uggiosa e insulsamente piovigginosa come capitava allora, eppure a tratti spazzata da un paio di colpi di vento che «a stare fermi sembrava di andare in motocicletta», moriva in RAI Beppe Viola, mentre stava montando il servizio su Inter-Napoli che si era giocata a San Siro. Risultato 2 a 2.

Ecco, con il senno di poi, dovendo scegliere un momento in cui sintetizzare il passaggio tra il mondo che era, e il mondo venuto dopo, nessun fine settimana più di quella. Iniziato con l’assai poco acclamato “Blade Runner”, nelle sale cinematografiche ad annunciare il mondo di domani (cioè di oggi), e concluso con la morte di Beppe Viola, in quella strana domenica di ottobre, a dissolvere il mondo che era stato. Sottofondo, le note di “The Nightfly” di Donald Fagan, e della sua “New Frontier”.

Bisogna infatti specificare che quella generazione per prima cosa in televisione aveva visto lo Sport e “Il poeta e il contadino”. Trasmissione ideata e condotta da Cochi e Renato, che aveva come sigla la “Canzone Intelligente”, e tra gli autori un non accreditato Beppe Viola. In modo che a distanza di anni, se a proposito di sport, toccava subire i rigorosissimi editoriali dell’ex direttore della Gazzetta Gualtiero Zanetti, che ogni volta pareva commentare un Bollettino di Guerra, solo Beppe Viola, che sudava troppo, faceva domande scomode e battute talvolta imbarazzanti, sapeva mettere immediatamente in fuorigioco tutto quel grigiore, anche testimoniando un mondo che certo già moribondo, ma ancora carico di una energia straordinaria, capace di stupire.

Il respiro di “The Nightfly”, invece, era (ed è tutt’ora) cinematico. I suoni levigati al limite della maniacalità. Le melodie e gli arrangiamenti di un altro evo o di chissà quale futuro. Le note di copertina dicevano che quel disco era il ritratto dell’artista da giovane. Lo specchio delle fantasie di un “ragazzo di periferia”, come si definiva Fagen, e delle sensazioni che collidono. Il jazz contro l’ottusità della vita. L’ingenuo ottimismo per il futuro tecnologico (il “brave new world” di “I.G.Y.”). L’ansia strisciante per la Guerra Fredda (il rifugio atomico di “New Frontier”, lo spauracchio cubano di “The Goodbye Look”). Ma su tutto l’ironia, che tratteggiava una caustica istantanea dei baby-boomer (“What a beautiful world this will be/ What a glorious time to be free”).

E tutto questo in un Mondo in cui il Muro di Berlino era la cosa più normale del mondo. A proposito di Berlino, invece, dopo che nel 1981 “Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino” era stato un libro e un film, in quell’autunno 1982 in cima alle classifica dei singoli era arrivato “Der Kommissar”, di Falco, che era sì austriaco, ma cresciuto musicalmente a Berlino e che aveva tolto il primato a “Paradise” di Phoebe Cates, tema del film “Laguna Blu”. A “Reality” di Richard Sanderson, dal film “Il tempo delle mele” e ad “Avrai”, di Claudio Baglioni.

In modo che, se non fosse per il fatto che “Der Kommissar” fu il singolo più venduto dell’anno, e per la classifica degli LP che aveva visto avvicendarsi in vetta Battiato, i Toto, The Alan Parsons Project e i Dire Straits, ci si potrebbe fare l’idea che i giovani di allora, tra “Il tempo delle mele”, “Laguna blu” e Baglioni fossero dei cinefili romanticoni.

Anche perché “Blade Runner”, con la sua “visione” (e si noti: al tempo “visione” aveva solo una valenza negativa, che rasentava la follia) del rapporto uomo-macchina, uomo-coscienza e uomo-tecnologia, ebbe vita breve nei cinema. Frettolosamente scalzato (e surclassato) da E.T. di Spielberg, nell’anno in cui, a proposito di uomo-macchina, uomo-coscienza e uomo-tecnologia, nei negozi erano arrivati il Commodore 64 e lo ZX Spectrum, che però la grande maggioranza dei ragazzi riusciva a immaginare solo come nuove opportunità di gioco.

Nel frattempo, in una soleggiata domenica mattina di novembre, io che non ero per niente attratto dalla tecnologia e avevo guardato con sgomento “Blade Runner”, lanciavo finalmente il mio Zundapp KS 125 WK Rosso (e me stesso) oltre la barriera dei 100km/h sull’asse viale Cassiodoro-viale Boezio.

In uscita dalla curva di viale Belisario, quando decisi di aprire sul serio e tirare tutta la terza (e poi tutta la quarta e poi tutta la quinta, alla faccia del rodaggio), iniziarono a riecheggiarmi in mente le note di “Tutta ’nata storia” di Pino Daniele. E mi sembrò di volare…

Al semaforo di viale Boezio, saltate un po’ di strofe e raggiunto dalla nuvola di olio ricinato, in mente avevo la coda della canzone: «e pè me resta cielo ‘e notte, cu’ ‘nu filo mmano s’aspettava ‘o sole, e pè me resta solo addore, terra c’ammesca ‘a vita e se ne va» e la voglia di ricominciare. Subito. Anche perché, girando a sinistra, dopo la Fiera di Milano c’è la tangenziale. E lo so che sono in rodaggio e in tangenziale un 125 proprio no, ma almeno fino a piazza Kennedy, che tentazione…

Perché se tutti, alla fin fine, volevano fuggire in qualche modo da quel mondo e dalla vita che facevano, come aveva sottolineato Otter in Animal House: «Bluto ha ragione. È matto ma ha ragione. Una guerra combattuta con armi convenzionali richiederebbe anni e costerebbe troppe vite umane. In questo caso occorrerà trovare qualcosa di diverso. Io penso che questa situazione richieda che qualcuno faccia una azione assolutamente futile e stupida si tratta solo di stabilire quale – E siamo noi i più adatti per farla».

A quel tempo si girava senza casco. Un paio di occhiali per ripararsi dai moscerini e dalle eccessive lacrimazioni dovute al freddo e nient’altro. Occhiali neri, come quelli dei Blues Brothers di John Belushi, a differenza dei Ray Ban a goccia.

Sarà poi John Carpenter in “Essi vivono”, tratto dal racconto “Alle otto del mattino” di Ray Nelson, a rivelare che sono proprio gli occhiali neri, poi ripetutamente ripresi in una parabola cinematografica sempre più discendente, a farci vedere realmente il mondo.

Nel monologo “Don’t Look Back in Anger” (rovesciamento del “Ricorda con rabbia” dei giovani arrabbiati inglesi degli anni cinquanta, precursori del Free Cinema), Belushi, truccato da vecchio, in un cimitero, recitava: «Credevano tutti che sarei stato il primo ad andarmene. Certo io ero uno di quei tipi alla vivi in fretta muori giovane e lascia un bel cadavere. Si sbagliavano. Eccoli qui tutti i miei amici. (…) E qui c’è Dan Aykroyd. Amava troppo la sua Harley. Andava a 250 chilometri all’ora al momento dell’incidente. Di lui non è rimasto molto. Chiamarono me per identificare il corpo. Lo riconobbi soltanto dai piedi palmati. Il Saturday Night è stata la più bella esperienza della mia vita. Adesso se ne sono andati tutti e a me mancano tutti quanti. Perché sono rimasto proprio io? Perché sono vissuto così a lungo mentre loro sono morti tutti? Ve lo dico io il perché! Perché io sono un ballerino!».

In altri termini, a dirla in modo elegante, gli aristotelici credono che il viaggio non significhi niente. A meno che l’obiettivo e la fine non siano già presenti nell’inizio. Sono i tipi di persone che pensano a sbrigare carte burocratiche per tutta la vita per poi morire in maniera insignificante. Non ammetteranno mai che la fine universale e destinazione dell’intera vita sia la morte, concetto che li mette a disagio. Sosterranno al contrario che la destinazione necessaria della vita sia in cose come la fioritura, la salute e la felicità. E quindi nel benessere, che detto in altro modo si chiama denaro. E votano convinti che ci sia qualche differenza non solo tra i candidati, ma addirittura tra sinistra e destra.

All’opposto, invece, soprattutto allora, c’era chi, avendo visto le ideologie all’opera, non credeva alle differenze tra sinistra e destra, ma badava alle filosofie di vita. E consapevole che la destinazione dell’intera vita fosse la morte (perché di morti negli anni 70 ne avevi visti molti) pensava che la vita, lunga o corta che fosse, doveva comunque essere vissuta liberi. E che la libertà fosse conoscere se stessi. E che il sentiero per conoscere se stessi fosse una propria responsabilità. In modo che rispettare le persone che rispettano se stesse, difendere il proprio onore e seguire il proprio daimon, la voce che parla dal profondo, era la strada, l’unica, per vivere liberamente e imparare ciò che c’era bisogno, e valeva la pena di conoscere.

«Non eravamo emarginati, eravamo noi a emarginare la società». Almeno per il tempo, rapidissimo, in cui, complice l’anagrafe, i confini si ampliarono. Due anni, infatti, erano un abisso di possibilità. Trasformavano i 125cc in 350cc, in automobili, o in fuoristrada, proprio nel momento in cui l’importante era uscire dalla città e dalla vita che prospettava. Due anni insomma ampliarono i confini. Permisero di iniziare a esplorare davvero il mondo. E in questo modo (ma non solo per questo), la maggior parte di quei primi paninari fratelli minori dei «sanbabilini», tra il 1984 e il 1985, finì rimpiazzata, dai nuovi paninari, fratelli minori degli «yuppie».

Perché nel frattempo in Italia era approdato lo “yuppismo”. E dunque i paninari, fratelli minori degli «yuppie» abbandonarono il Bomber e lo Schott per l’assai più costoso Moncler. La “New Frontier” di Donald Fagan lasciò il posto a “Wild Boys” dei Duran Duran. Lo Zündapp finì rimpiazzato dalla Cagiva Aletta Oro o dalle Gilera KZ o KK.  Junger e l’Anarca furono surclassati dall’habitus divenuto animus, e cioé dal loro esatto opposto. «Al Panino» fu abbandonato per «Burghy» di Piazza San Babila, perché altrimenti chi li avrebbe visti i nuovi paninari in un luogo così defilato. E i paninari, oltre a generazione commerciale, diventarono fenomeno di costume.

Frank Zappa però lo aveva detto: «i giovani sono più conservatori e pericolosi per l’arte dei vecchi col sigaro». E infatti, mentre i gruppi giovanili una volta si scontravano per ideologie politiche (rossi contro neri, neri contro rossi) e poi, per le filosofie di vita (Punk, Mods, Ska, Rockabilly, Dark, Metallari e China), come era già accaduto in Inghilterra tra Mods e Rockers negli anni ’60, quasi istantaneamente, dopo il 1985, una generazione che in comune aveva solo il voler appartenere a una casta che si esprimeva con i simboli più accessibili e innocui del denaro prese a coagularsi attorno ai marchi, e a rapinarsi giubbotti e scarpe, e qualcuno anche a darsi alle irruzioni alle feste dei liceali.

Gli ex giovani di Democrazia Proletaria qualificarono con termini vecchi e ormai irrealistici da lotta di classe (rampolli della Milano bene e figli di papà) quella generazione commerciale, che pure accese l’interesse dei giornalisti di costume. I paninari “commerciali”, divennero un fenomeno di costume anche di portata internazionale e furono parodiati in televisione da Enzo Braschi. E verso la fine degli 80, si estinsero, come tutti gli altri, travolti e cancellati dai cambi della moda.

Marinetti e i Futuristi in fondo l’avevano previsto. Nel tempo, il vortice della moda, con il suo continuo e sempre più vorticoso cambiamento, avrebbe cancellato (e messo a nudo) ogni cosa. Tanto che, quella generazione che si muoveva nel perimetro delle mode, dei gruppi, sognando il denaro che l’avrebbe arricchita degli oggetti tanto desiderati, resterà esattamente uguale a se stessa (e si dimostrerà sinistramente uguale ai dinosauri che l’avevano preceduta).

La componente impegnata, che allora andava in manifestazione, andrà a ubriacarsi di pessima birra nei centri sociali, o si dedicherà a combattere il sistema dall’interno curandosi dei propri conquistati vigneti, o progettando Boschi verticali. La componente edonista andrà ad affollare Courmayeur e gli Happy Hour. E la grande marea senza una appartenenza precisa, il mare di confusi e incerti, rimarrà esattamente quello di sempre.

In modo che sì, ci sono state due rivoluzioni tra il 1978 e il 1984. Ma dopo la seconda si è tornati a procedere lungo una evoluzione che ha trasformato senza cancellare. Continuando però a utilizzare le idee di quella breve stagione terminata con l’arrivo degli “yuppie”. Ma ogni volta impoverendole, opacizzandole e svuotandole.

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