Ride Free

Qualche anno fa, più o meno trenta, trentacinque anni fa, presi la decisione di tenermi alla larga dalle cosiddette strade a scorrimento veloce (autostrade, tangenziali e superstrade che fossero) e di addentrarmi nel reticolo di strade provinciali e nazionali, con l’idea di guidare la mia moto, godermi il paesaggio e scoprire magari qualcosa di originale e interessante.

Ogni giorno una strada nuova. Chilometri e chilometri di curve sotto un cielo differente. Niente di eroico o particolarmente affascinante. Era il richiamo della motocicletta a muovermi, non quello del viaggio. Ero l’ennesimo wandervogel motorizzato. Uno dei tanti. Niente di speciale.

Io e la mia moto, con quella sigla G/S (Gelände/Strasse: fuoristrada/strada), sentivamo di avere il mondo intero quasi letteralmente a portata di mano. O almeno così ci sembrava. Eravamo in grado di viaggiare a oltranza e su qualsiasi tipo di terreno senza dipendere da nessuno. Stavamo bene insieme.

Non mi interessava essere un pioniere. E gli ingredienti che per molti fanno la differenza in un viaggio, cioè, il traguardo della destinazione, lo straniero che ti accoglie a braccia aperte, la conquista di quel che di pittoresco, non esercitavano alcun tipo di attrazione. Un luogo valeva l’altro, poiché in ogni luogo, prima o poi, ci saremmo comunque passati.

Sulle carte ricoperte di strade tratteggiate in rosso o in blu cercavo i sentieri tratteggiati in nero, le piste tratteggiate a pallini. Il G/S era una moto semplice, robusta, infaticabile, inarrestabile. Predisposta a macinare chilometri per poi buttarsi con disinvoltura nel misto di una qualsiasi strada secondaria, o lungo gli sterrati.

Andare al mare era percorrere la Via del Sale, che passa sotto il Marguareis, una delle strade più belle d’Europa. E non appena possibile mi addentravo nel paesaggio dell’ancor più fitta rete di strade sterrate e militari. Camme su aste, aste su valvole, il movimento aveva un ritmo complesso. Il tempo scandito dal ticchettio delle valvole.

Mi interessava andare in moto, felicemente abbandonato a me stesso, in giro per una specie di terra di nessuno. Con il sudiciume della strada e dalla polvere a coprirmi come una seconda pelle, dandomi quell’aspetto, alquanto trasandato, utile a tenere lontano l’altrui curiosità e gli importuni, rafforzando il mio ego di giovane motociclista.

Scoprì allora, però, mio malgrado, che ciascun motociclista, spesso inconsapevolmente, con l’andare dei chilometri acquisisce sempre maggiori abilità in un’antica disciplina divinatoria detta geomanzia, che interpreta i segni della terra e permette di trarre responsi attraverso l’osservazione del paesaggio, delle rocce e della terra, e che, nella versione più moderna, certamente contempla anche le edificazioni umane.

Alle sorgenti del fiume della vita, infatti, il neonato si guarda attorno ben lontano dalla coscienza di essere quel soggetto nato da certi genitori, che borbotta i primi suoni di quella che sarà la sua lingua, tra innumerevoli altre potenzialmente attivabili nella sua testa, grazie all’incontro con una consuetudine, che presto sarà tassativa.

Un vecchio proverbio, però, dice che nel viaggio dell’esistenza «i primi cento anni sono i più duri». E a questo proposito il motociclista potrebbe aggiungere che sono i primi giorni, e i primi chilometri, a presentare qualche difficoltà. Quelli in cui il pensiero va continuamente alla moto, poi alla strada, poi ai fattori atmosferici, poi alla guida e poi di nuovo alla moto.

Sulle strade a scorrimento veloce, lisce come l’olio, dritte e interminabili, che avevano come unica prospettiva, prima della destinazione, sostare in una qualche area di servizio in mezzo al nulla, avevo patito i primi segni di insofferenza fin dai primi chilometri. Tuttavia, nel reticolo di strade provinciali e nazionali, non è che il mio umore fosse molto migliorato.

Si trattava di darsi tempo, imparai. Con l’andare dei chilometri, forse per il fascino della sensazione di libertà che ti da la strada aperta, benché asfaltata, le distinzioni tra moto, strada, fattori atmosferici e guida, spariscono. Fai e basta. Smetti di pensare a questo e quello. E tu sei il guidare, ma anche la moto, la strada e i fattori atmosferici in un tutt’uno.

È quello che migliaia di uomini e donne lavorati a puntino da un’educazione avvilente, trovano incomprensibile. Sano e solo, curva dopo curva, magari anche nella fresca penombra, il motociclista, come l’infante, vive dentro al suo lieve, ineffabile paradiso. Intorno a lui scorre il tempo che delicatamente lo carezza. Così compenetrato e perfuso dalla realtà circostante che nemmeno si preoccupa di stabilire dove essa esattamente abbia inizio, a che punto incominci.

Almeno fino a quando non si trova ad attraversare un paese, o una cittadina, con relativi pericoli. Il che però, giorno dopo giorno, su quelle strade asfaltate mi ero accorto accadeva più o meno a ogni ora, qualunque fosse il percorso, capitava di attraversare un agglomerato di case, e con una cadenza altrettanto regolare, ogni tre o quattro paesi, una cittadina.

Una regola aperta a due possibili interpretazioni: o la mia andatura, inconsapevolmente, si modificava da paese a paese, accelerando e rallentando, in modo da compensare le distanze, o le cittadine e i paesi, erano disposte lungo la strada con una regolarità derivata dall’applicazione di un qualche principio superiore. Quasi che qualcuno si fosse preso la briga di progettare, e quindi di pensare anticipatamente, dove collocare ciascun agglomerato, come in un gioco.

Il gioco, in tutte le culture tradizionali, altrettanto del Fanciullo Eterno la cui trattazione svetta come archetipo centrale, è l’apice dell’uomo. Il gioco è l’esercizio dello spirito che così diventa un corpo. È attività fine a se stessa, significativa ma non mirata. «È la Sapienza della quale Dio si rallegrava di continuo allorché ebbe terminato il mondo», diceva Origene.

Quella cadenza del paesaggio lungo le strade asfaltate, però, mi ricordava la serialità in cui mi ero imbattuto all’uscita delle cittadine francesi. Tutt’altro che un gioco fine a se stesso e non mirato. Lungo le strade sulle quali, prima di raggiungere la campagna, si avvicendavano ogni volta tre rotatorie. Ciascuna circondata dalle stesse attività commerciali, sempre disposte nello stesso ordine.

Le più rinomate (e care) disposte intorno alla prima rotatoria all’uscita della città. Le più economiche intorno alla terza, ormai prossima alla campagna scandita di capannoni, che tra l’altro conduceva anzitutto a uno di quei paesi tutti più o meno uguali, allineati lungo la strada e tutti dotati di una pompa di benzina, di una o più panetterie, qualche bar, un negozio di elettrodomestici o ferramenta e infine di un negozio nel quale si vendevano attrezzature agricole e fertilizzanti, prima di tornare a quella campagna che finalmente si apriva alle strade meno trafficate.

Strade lungo le quali gli agglomerati si riducevano a paesini sonnolenti, con le imposte chiuse, nei quali soltanto le mosche erano sveglie e dove nemmeno se avessi investito un cane qualcuno sarebbe sceso in strada a vedere. Piccoli paesi però nei quali, se si cancellavano le costruzioni più recenti, gli edifici più vetusti, attraverso i loro dettagli, rivelavano il divenire del paesaggio, per variazioni minime.

Finché di nuovo, un altro di quei paesi tutti più o meno uguali, allineati lungo la strada e tutti dotati di una pompa di benzina, un droghiere, una o più panetterie, qualche bar, e talvolta un negozio di elettrodomestici o una tintoria, annunciava l’approssimarsi di una cittadina, se in Francia preceduta dalle immancabili tre rotatorie, ciascuna circondata dalle stesse attività commerciali, sempre disposte nello stesso ordine.

Incuriosito, nei giorni successivi cambiai direzione e limitai le mie escursioni fuoristrada, cercando di appurare se quella regolarità che avevo osservato fosse dovuta a un caso, magari specifico dei percorsi che avevo già attraversato, o si ripetesse anche in altre direzioni, per altri itinerari, verificando che effettivamente, in qualsiasi direzione, la disposizione si ripeteva con regolarità, in base a un principio ordinatore molto semplice: il giorno di viaggio. O meglio, la distanza che era possibile coprire in un giorno di viaggio.

Una sera, infatti, seduto a un tavolo di un ristorante, in barba a chi sostiene l’inutilità della letteratura, mi tornò in mente «Emma», un romanzo di Jane Austen ambientato in Inghilterra nel 1816, nel quale i personaggi impiegavano quasi quattro ore di viaggio in carrozza per coprire i ventisei chilometri che separavano Highbury da Londra. In modo che all’epoca un giorno di viaggio di otto ore valeva circa cinquanta chilometri. Più o meno la distanza che, notai, in Italia separa i capoluoghi di provincia.

Ricordavo però che dal 1830, grazie all’introduzione del selciato, i tempi di percorrenza si erano dimezzati, e dunque in un giorno di viaggio era possibile percorrere distanze doppie. Più o meno la distanza tra Parigi e Oleans (o Reims), o tra Londra e Oxford (o Brighton). Il che, rispetto ai ritmi di viaggio del signor Knightely, uno dei personaggi di «Emma», significava comunque una tappa in meno. E dunque una certa parte di popolazione di quella tappa soppressa destinata a fare riferimento, e dunque a trasferirsi, nell’orbita dell’economia della tappa più vicina.

In breve, visti sulla carta stradale, i circa cinquecento chilometri che avevo percorso in quella giornata, viaggiando comodamente alla altrettanto comoda media di sessanta chilometri all’ora per otto ore, al signor Knightely, ai ritmi del 1815, sarebbero costati ben diciannove giorni di viaggio, e dunque, calcolando per difetto due tappe al giorno, almeno trentasei tappe in altrettante località che era possibile individuare sulla mappa.

Mentre io, in tutta quella giornata, rispetto alle trentasei tappe del signor Knightely, avevo effettuato solo quattro soste. Certo, si poteva eccepire che la scelta di effettuare solo quattro soste in quella giornata era stata mia. Tuttavia in quei paesini sonnolenti che avevo attraversato e che riconoscevo sulla mappa, non c’era davvero nulla che giustificasse una sosta. Non una stazione di servizio, nella quale peraltro nemmeno avrei dovuto fare rifornimento, né un tabaccaio o un bar. Nulla.

La carta stradale insomma mi stava descrivendo, in modo semplice e diretto, il funzionamento di un sistema che nel suo progredire e migliorare, attribuisce sempre più importanza a chi è già importante, a scapito di qualsiasi entità intermedia, progressivamente svuotata, desertificata, ridotta a un mortorio.

Per un attimo ripensai ai chilometri percorsi in autostrada, con l’unica prospettiva di sostare in una qualche area di servizio in mezzo al nulla. In un posto con intorno il niente, perfettamente uguale a quello precedente o successivo. E poi alla desolazione di quei paesini sonnolenti. Nei quali, tolte le costruzioni più recenti, il paesaggio si trasformava comunque in un lento divenire per variazioni minime.

L’equazione di Keats dice che la bellezza delle cose è l’equivalente rigoroso del loro grado di verità. E lungo quelle strade, attraversando quei paesini, dietro ciascun tetto più o meno spiovente s’intuiva sempre una ragione concreta, decifrabile, conseguenza di una necessità reale. Colori, materiali di costruzione, erano il risultato delle possibilità e delle necessità specifiche offerte e imposte dal luogo.

Chilometro dopo chilometro i dettagli paesaggistici o architettonici si amplificavano fino diventare nuove forme, diventando altre cose. E in questo loro lento divenire, le ragioni della loro necessità e del loro cambiamento, del loro continuo adattamento, erano sempre trasparenti, decifrabili. Il risultato del lento divenire nello spazio e nel tempo. Ossia anche nel susseguirsi delle generazioni.

Tornando a piedi verso l’albergo riconobbi quei segni caratteristici che avevo notato lungo la strada richiamati e ripresi anche nelle più moderne architetture delle cittadine che facevano da punto di partenza o di arrivo. Ma separati dalle loro ragioni di necessità, non rendevano conto delle ragioni che li avevano determinati. Diventavano un orpello, una riproduzione per evocare emozioni sconosciute.

Diventavano esattamente come le cacche di mucca descritte degli scrittori irlandesi, spunto per dietrologie infinite da letterati fuori dalle campagne d’Irlanda, anche se basterebbe una semplice passeggiata nelle campagne irlandesi per dissolvere ogni elucubrazione e mettere a posto le cose, dato che le campagne di Irlanda sono effettivamente costellate di cacche di mucca.

Era un mortorio insomma quello che avevo attraversato. Ma era anche la trasformazione della civilizzazione in un sistema. Strati su strati, ricoperto da discorsi e formule indurite dal tempo, quel mondo di prosperità, di liberazione e di progresso lasciava trasparire un ambiente morto, senza vita interiore, più simile ad un macchinario che ad un organismo di crescita. Invece che allargare il mondo sembrava che lo restringesse.

O meglio, che lo concentrasse nei luoghi importanti, destinati a diventare ancora più importanti, a scapito di tutto il resto. Con la stessa tenacia con la quale i bambini, da che mondo è mondo, continuano a chiudere i grilli nelle scatole pensando che le scatole e le case siano per i grilli rifugi migliori dei prati. Anche se, da che mondo è mondo, un grillo chiuso in una scatola muore.

In trent’anni, però, il mondo è cambiato. È quasi irriconoscibile rispetto ad allora. Vista dall’alto, la rete stradale sembra butterata: come acne, i quarantamila rondò che in Francia spuntano in prossimità degli incroci per aumentarne il livello di sicurezza e sui rettilinei all’ingresso dei paesi per obbligare i guidatori a moderare la velocità si sono estesi in tutta Europa.

Girare il mondo, però, è molto più facile. Oggi c’è il turismo di massa, ci sono le  fotografie satellitari, ci sono i GPS, e puoi girarci attorno in aereo al mondo, senza soste, in meno di quarantott’ore. Basta avere i quattrini per farlo. Anche se il mondo per conoscerlo bisogna annusarlo, attraversarlo con i piedi (o le ruote) per terra, e magari anche inghiottirne i moscerini mentre si viaggia.

Viaggi come quelli di trent’anni fa, però, oggi non è più possibile farne. E certamente non potrebbero capitare esattamente le stesse cose di allora. Dato che oggi, ad esempio, per viaggiare sulla Via del sale bisogna prenotarsi e pagare il pedaggio. Così come bisogna prenotarsi e pagare il pedaggio sulla maggior parte delle strade sterrate che ancora non è proibito attraversare. Non era infatti solo un mortorio quello che attraversavo. Ma la trasformazione della civilizzazione in un sistema.

D’altronde il kit della modernità non può che essere preso in blocco. E la sua idea si presenta sempre con l’arroganza dei giusti: chi si propone di analizzarlo, contaminarlo o scartarne una parte viene fatto passare come un oscurantista o un romantico da compatire. Anche quando la rivolta al Re è finita per condurre alla sottomissione all’Imperatore.

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