Perfecto

A settembre le giornate si accorciano e capita che il mondo diventi scuro, e quelle stesse giornate di ferro. E succede, a settembre, di imbattersi in parole che raccontano: «Moda 2017, abbiamo un chiodo fisso. La biker jacket è la sovrana indiscussa dello street style del momento, ma anche delle sfilate autunno inverno 2017-2018. Icona di uno stile rock e ribelle, il chiodo di pelle continua ad alimentare l’immaginario fashion». Da rabbrividire.

La moda, infatti, si sa, è provinciale per definizione. Non intendo l’Alta Moda, quella in cui si è cimentato anche Klimt. Ma quella che si rinnova di stagione in stagione. La cui funzione è sopperire al deserto di immaginazione del pubblico. E che utilizza termini come “Chiodo”, mutuato dall’espressione: «mado’ che figo stu chiodo!», tratta dal gergo della prima immigrazione a Torino, con la quale, a metà anni 70, i frequentatori di “Rivendita12”, negozio di abbigliamento in Via Lagrange, presero a commentare lo Schott Perfecto 618 esposto sul manichino accanto la porta d’ingresso.

Perché, come ormai sanno anche i muri, la storia del Perfecto inizia invece nel 1928 in New Jersey, quando Long Island Motorbike commissiona a Schott&Brothers il compito di realizzare un giubbotto pratico e funzionale per i motociclisti, che Irving Schott chiama come il suo sigaro cubano preferito, il Perfecto appunto, aggiungendoci la specifica di modello, 613 One Star, e che sarà venduto al prezzo di cinque dollari e cinquanta centesimi.

Il Perfecto 613 One Star aveva parecchi dettagli ingegnosi e innovativi, effettivamente molto utili per ogni motociclista, come le chiusure a zip trasversale con attaccata la sottile catenina per consentirne l’apertura anche con i guanti, la tasca con il bottone a scatto, le maniche affusolate ai polsi per non fare entrare l’aria e un rinforzo alla schiena per mantenere una posizione eretta.

Ma nessuno, Irving Schott per primo, poteva immaginare che quel giubbotto tecnico sarebbe diventato così popolare da attraversare un secolo. Anche perché i motociclisti continuano a essere pochi, pochissimi, e fu la Seconda Guerra mondiale invece a fare la fortuna di Schott&Brothers, incaricata dalla Air Force statunitense di ideare e produrre per gli aviatori il giubbotto A2 marrone, quello con la pelliccia, in Italia impropriamente chiamato RAF.

Al termine della Seconda Guerra mondiale, però, la produzione industriale per l’esercito viene ridimensionata. L’economia ristagna, la disoccupazione aumenta e di conseguenza gli Stati Uniti si affacciano gli anni 50, che noi ricordiamo per le Hot Road (le auto veloci), il Rock and Roll, le bande giovanili e le moto, attraversati da una crisi economica catastrofica, mentre la Guerra in Corea non è certo la migliore delle prospettive per chi ha l’età giusta per essere arruolato.

L’irrequietezza di tanti giovani statunitensi diventa quindi una vera e propria subcultura che i produttori cinematografici mettono in pellicola con “Il Selvaggio”, interpretato da Marlon Brando nel 1953, anno in cui il Perfecto 613 One Star evolve nel modello Perfecto 618, e poi con “Gioventù bruciata”, interpretato da James Dean nel 1955, anno in cui “Rock around the Clock” di Bill Healey, scritta nel 1952, registrata nel 1954 ma scelta nella colonna sonora del film “Il seme della violenza”, avvia il fenomeno Rock and Roll, mentre Elvis Presley muove i primi passi verso l’Ed Sullivan Show che nel 1957 lo consacrerà al successo nazionale e planetario.

Il Perfecto 618 è più corto ha una vestibilità stretta e sagomata. È il giubbotto di James Dean, è il giubbotto di West Side Story e di tutta una generazione, ma proprio per questo, etichettato come il giubbotto del teppista, viene addirittura bandito dalle scuole, tanto che Schott NYC registra una flessione nelle vendite interrotta solo dalla grande popolarità riconquistata alla morte di James Dean, nel 1955, per poi tornare a essere il simbolo del cattivo ragazzo.

Tuttavia, nella seconda metà degli anni 50, il Rock and Roll sbarca anche in Inghilterra, inizialmente accolto dai teddy boy, movimento giovanile che ispirandosi allo stile in voga durante l’epoca edoardiana, riproposto dai sarti di Savile Row dopo la Seconda guerra mondiale, introdusse il concetto del vestire bene sempre, creandosi un proprio stile, contrapposto con la mentalità dell’epoca del dualismo vestito da lavoro/vestito della domenica e che nei primi anni 60 si dissolse alimentando la galassia Rockers e la galassia Mods.

Nella prima metà degli anni 60 infatti, in Inghilterra, ribellione, ricerca di una propria identità sono i tratti identificativi dei giovani, che si dividono in Rockers, motociclisti che vestono giubbotti in pelle, ascoltano Elvis Presley, Gene Vincent e Eddie Cochran, hanno come ritrovi l’Ace Cafè, il Club 59 fondato dal rev. Sheergold, e la zona di Brighton, sulla Manica, meta dei loro weekend, e in Mods che invece utilizzano scooter italiani sui quali applicano numerosi e vistosi fari, ascoltano jazz e il rock britannico di Who, The Kinks, Yardbirds e vestono sempre ben curati, abiti, parka, giacche di velluto, polo Fred Perry.

Normalmente considerati (a torto) delle subculture, anche a causa del rifiuto a farsi catalogare a livello ideologico o politico, questi movimenti cercavano di distinguersi dal comune pensiero, sforzandosi di trovare una propria identità che li caratterizzasse attraverso la musica, gli abiti, gli oggetti simbolo e con i loro stili di vita e con la loro vibrante protesta verso nei confronti di una società appiattita solo su valori borghesi contrassegnarono un’epoca, disseminando quei germi di ribellione che si ritrovarono poi nei successivi movimenti studenteschi e di opinione che fiorirono poco tempo dopo.

Nel 1964 però il risultato furono gli scontri avvenuti a Clacton, a Margate, a Broadstairs e Brighton, con migliaia di mod e rocker a fronteggiarsi fino alla due giorni di risse che si spostarono ad Hastings (da qui il nome di “seconda battaglia di Hastings” dato all’evento dai giornali).

I fenomeni giovanili di massa sono spesso osteggiati dalla cultura ufficiale. E gli scontri di Clayton, di Brighton e di Hastings, contribuirono a contrassegnare Rockers e Mods come bande pericolose agli occhi dell’opinione pubblica, consolidando la cattiva reputazione affibbiata loro che portò alla chiusura dell’Ace Café e nel tempo dilatò i sentimenti di rivalsa e di contrapposizione nei confronti della società, fino a trovare nelle strofe di “My generation” degli Who la quintessenza del loro pensiero: “La gente cerca di metterci sotto solo perché ce la spassiamo in giro le cose che fanno sono così terribilmente fredde spero di morire prima di diventare vecchio”.

I primi Perfecto 618 invece arrivano in Italia solo nella primavera del 1974, in seguito all’intuizione di Daniele Audisio, responsabile del prodotto Jeans della società cui faceva capo il negozio Rivendita12, ma soprattutto proprietario di un Suzuky GT 380 RAM e di un Perfecto 618 comprato nel 1973 a New York, che al Magic 1973, allora una delle più importanti fiere di settore, piazza a Schott Brothers un ordine di Perfecto 618 di A2 che una volta arrivati in Italia, a differenza del Perfecto, vanno letteralmente a ruba.

Il Perfecto 618, infatti, almeno sulle prime, in Italia è un prodotto destinato a pochi intimi. Finché, un lunedi pomeriggio di settembre 1974, allestendo le vetrine di Rivendita12, il direttore del negozio, Paolo Angelino, nota nella locandina del film Il Selvaggio, che Marlon Brando ha sulle spalline del giubbotto che indossa la stella di metallo che distingue il Perfecto 613 One Star, e dunque decide di aggiungere al 618 indossato dal manichino un po’ di quelle borchie che faranno scattare i commenti: «mado’ che figo stu chiodo!» fino a fare apporre in vetrina, sul cartellino del prezzo, la nuova denominazione: «Chiodo Perfecto Lire 99.000».

Il successo del Perfecto, però, in Italia per tutti gli anni settanta continuerà a rimanere contenuto anche malgrado il lancio del nuovo modello 118 (1978), il successo di “Grease” (1978), i successi dei The Knack e dei Ramones (1979), finché a metà anni 80 sarà definitivamente sdoganato da Freddy Mercury, da Vasco Rossi, da George Michael e da tanti altri musicisti, fino a diventare, come si legge oggi: «sovrano indiscusso dello street style, delle sfilate autunno inverno 2017-2018. Icona per antonomasia di uno stile rock e ribelle (…) in combo con la gonna lunga (…) con una gonna plissettata (…) con una longuette (…) o con un vestitino Girlish per smorzare l’attitude on the road», evidentemente svuotato di tutta la storia (e i significati) che ho provato a riassumere.

I Verdurin, insomma, hanno vinto, anche questa volta. Ripetendo la loro eterna dinamica, sempre uguale a se stessa. Il vortice del continuo rinnovarsi della moda, celebrato dai Futuristi nella speranza che servisse a svellere i modi ancor più provinciali che imperavano allora (confidando però i futuristi che il sempre più vorticoso rinnovarsi sarebbe finito, esausto, per autoestinguersi), inizia citando. Poi copia. E infine diffonde, nel suo ciclo perpetuo, nel vortice che sopperisce al deserto di immaginazione, e che rinnova le proprie forme, ma che si ripete meccanicamente e significa solo se stesso, assimilando, normalizzando, svuotando dalle specificità. Trasformando in conformità.

Credo quindi che a pochi “fortunati pochi” interessi il fatto che tra le pelli utilizzate per il Perfecto 618 e il Perfecto 118 non c’è differenza di spessore o peso. Il Perfecto 618 è però realizzato con pelle “Steerhide” di bovino adulto, trattata con una finitura che la rende quasi impermeabile all’acqua, molto simile al cuoio, e dunque molto meno soggetta a usura e più indicata per un uso motociclistico. Mentre il Perfecto 118 é assemblato con pelle “Naked Cowhide“proviene da un bovino piuttosto giovane e il trattamento non prevede nessuna patina di ricopertura, per questo motivo viene denominata “naked” (nuda).

I Verdurin, insomma, hanno vinto, ma, a proposito del “fortunati pochi”, tornano le parole che Sheakspeare fa dire a Enrico V. I privilegiati sono loro che hanno la possibilità di scolpire i loro nomi nella perennità della memoria. Coloro i quali sono rimasti nel proprio letto e nelle proprie comodità un giorno rimpiangeranno di non essere lì tra loro. Di non essere lì a combattere perché si realizzi un ideale. Perché è la prospettiva dell’eterno a spingere l’uomo a superare i propri limiti. E non certo il vortice la cui funzione è sopperire al deserto di immaginazione e che tutto assimila, normalizza, svuota dalle specificità, trasformando in conformità.

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