Passeggiate Lombarde

Per chi è cresciuto sotto «quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace», è cosa assai piacevole tornare a visitare di tanto in tanto le malinconiche solitudini del Lario. Quasi una necessità tornare a percorrere le strette carreggiate tra il verde, i muretti e le rocce a strapiombo sull’acqua.

Piacevole e salutare risalire tra la frastornante gaiezza delle ville e dei giardini, e poi attraverso il verdeggiare dei boschi, fin dove gli abitati si fan radi, i monti dirupati e l’ampiezza respirante e ventosa. Rifugio per il viaggiatore che vuol salvarsi dalla furia diabolica dei tempi e unici cammini possibili per un vecchio innamorato del paesaggio lombardo, con il Resegone e le Grigne a fare da cornice.

Addirittura necessario quel ritornare, è poi per chi è cresciuto lungo le strade di quella competizione che il mondo definì Tourist Trophy d’Italia. Quel Circuito del Lario e della Valassina, gara motociclistica che si correva ogni anno a fine luglio sul percorso tra Asso, Valbrona, Onno, Bellagio, Magreglio, Lasnigo e poi di nuovo Asso.

Un anello di trentasei chilometri e mezzo descritto come «una collinosa penisola verde lambita dalle acque del lago tra scorci mozzafiato», con le sue circa 300 curve e 20 tornanti, e un dislivello di 550 Mt da Onno al Ghisallo, da percorrere sei volte, fino a coprire la distanza complessiva di 219 km, in uno scenario unico tra lago e montagna.

V’è infatti una ragione che ci distingue, a noi lombardi. Raccontatori di cose minime e minime cose, uomini della sfumatura e del distinguo dal parlare indiretto, ma schietto e ferrato. Resta nel fondo della nostra natura una malinconia selvatica, un tedio uniforme che si direbbe avanzo di una confusa disperazione di barbari: come una nostalgia dell’anima per una felicità non potuta godere, non potuta serrare nelle nostre braccia d’uomini reali.

Doverosa parentesi per i meno informati: il Tourist Trophy si corre sull’Isola di Man, situata nel braccio di mare che separa l’Irlanda dall’Inghilterra, ed è una delle gare motociclistiche più antiche del mondo (prima edizione ufficiale nel 1907) e per questo, pur non essendo più inserita nel calendario del Motomondiale dal 1976, resiste ancora oggi come unica gara di risonanza mondiale su di un circuito cittadino.

Negli anni ’30, teatro delle gesta e delle vittorie della Moto Guzzi, prima motocicletta non anglosassone a vincere la competizione, guidata dall’irlandese Stanley Woods, e poi delle gesta di Omobono Tenni, sempre su Moto Guzzi, primo pilota non anglosassone a vincere la competizione, il Tourist Trophy, quando era ancora inserito nel calendario del Motomondiale come Gran Premio di Gran Bretagna, fu teatro negli anni ’60 anche dei memorabili duelli tra Giacomo Agostini e Mike ‘The Bike’ Hailwood.

Pericolosissimo, però, a causa della lunghezza del percorso di 60,7 km che si snoda tra case, muretti, pali della luce e differenti condizioni climatiche, il Tourist Trophy è funestato ogni anno dagli incidenti mortali. Ma nonostante questo, Tempio della velocità, è oggetto di culto, praticamente intoccabile. Al punto che dal 1977 al 1990, per assicurare visibilità alla gara malgrado l’esclusione dal Motomondiale, fu creato uno specifico campionato mondiale Formula TT. Tanto che, ancora oggi, il Tourist Trophy richiama ogni anno sulla piccola isola britannica circa cinquantamila spettatori.

Nel periodo tra le due guerre mondiali, invece, la fama del Circuito del Lario e della Valassina superava abbondantemente quella di competizioni come il GP delle Nazioni di Monza. Era l’evento dei centomila spettatori provenienti con mezzi di fortuna da ogni dove. Era il palcoscenico di piloti leggendari come Amedeo Ruggeri, Tazio Nuvolari, Omobono Tenni, Tonino Benelli, Pietro Ghersi, Achille Varzi. Era il palcoscenico per le oltre ottanta case costruttrici che possono fregiarsi della partecipazione a quella che, insieme al Tourist Trophy, era la gara motociclistica più ambita, sulle strade dell’incidente occorso a Omobono Tenni e di quello mortale di Isacco Mariani a Onno.

Malinconia lombarda, intimo mistero della nostra terra che pur nella sua opulenza suscita tristezza, fa prorompere dal cuore quel gust de piang che fà piasé. «Per me, accada quel che voglia quando ho il mio cielo, i miei alberi e il mio sole». Oltre quella malinconia selvatica c’è il nostro senso dei limiti, per una metà figlio della spirituale fumea generata da quella nostra tristezza e per l’altra metà figlio della nostra disposizione all’attività, che da quella tristezza è altrettanto dettata.

Abitazioni e fabbriche qui e là, sono cambiate un po’ di cose da allora. Le moto, anzitutto, sono cambiate. E poi una parte del paesaggio, che allora era un poco più discreto. Rocce e alberi sono rimasti gli unici testimoni di quell’epoca. Lingue d’asfalto hanno preso il posto di polverose strade bianche. Ma il pavé posato lungo la via centrale di Asso in occasione della gara del 1928 è lo stesso sul quale ho imparato a camminare e poi ad andare in bicicletta e in moto. E a Onno, dal 1926 c’è la lapide che ricorda Isacco Mariani, scontratosi frontalmente durante le prove con la Moto Guzzi di Primo Moretti, che rientrava ai box.

Era quello un motociclismo epico, diverso. Alle sei del mattino, i piloti iniziavano l’allenamento. E in tutta la vallata di Asso, da lontano, si sentiva il rumore delle moto che salivano alla “Taiada”, come si chiama la strada che da Asso entra in Valbrona, per quella sua ultima parte “tagliata” nella roccia, per poi sparire in un nugolo di polvere, lasciando nell’aria l’odore pungente d’olio di ricino bruciato, pronti ad andare a scrivere pagine indimenticabili della storia di molte Case motociclistiche, Bianchi, Moto Guzzi, Gilera, Benelli, tra i muretti e le rocce che ancora oggi delimitano le strette carreggiate e lungo le massicciate negli attraversamenti dei paesi.

Il pubblico iniziava ad affluire il giorno prima della gara e continuava ininterrottamente per tutta la notte. Provenivano da tutta Italia, con ogni mezzo. E nelle ore precedenti l’inizio della gara, l’affluenza assumeva l’aspetto di una vera e propria migrazione. Molte erano le comitive, spesso caratterizzate da qualche comune capo d’abbigliamento come vistosi foulard multicolori e come i cappelloni di paglia dei forlivesi al seguito di Arcangeli o di Bandini con l’inconfondibile scritta “Noi, Forlì il Mondo!”.

Molti, per evitare di pagare il biglietto d’ingresso, che veniva riscosso dopo la stazione di Asso, giungevano sul circuito da quei sentieri di montagna, che poi negli anni ’70 e ’80 tornammo a esplorare e percorrere con le moto da Trial. Altri arrivavano in bicicletta. Gli ultimi con le corriere che passavano poco prima della chiusura del percorso. L’organizzazione era affidata al Moto Club Lombardo e il sostegno economico, per fare quadrare i conti penalizzati dalle difficoltà di riscossione del biglietto d’ingresso, al cotonificio Oltolina di Asso.

Ma anche gli uomini erano diversi allora. Per Omobono Tenni, ad esempio, correre non significava solo vincere. Significava dare il massimo, spremere il mezzo oltre i suoi limiti, fare quello che un altro al posto suo non avrebbe mai fatto, ignorando tutti i rischi che questo avrebbe comportato. Era un uomo calmo e posato Tenni, riflessivo, che però quando saliva in moto «cambiava da così a così».

Eppure, quando Tenni, sul circuito del Tigullio, si era finalmente trovato alla guida di un mezzo in grado di competere con quello del suo idolo Pietro Ghersi, a fine gara aveva confidato all’amico e biografo Bianchin: «Non ho voluto sorpassarlo nei primi giri perché mi dispiaceva, mi sembrava di fargli del male». Per cui aveva aspettato l’ultimo mezzo giro Tenni, prima di affondare il gas e lasciare indietro Ghersi, senza pietà.

A parte qualche cimelio – una targa dedicata a Nuvolari a Civenna, una targa dedicata a Omobono Tenni sul lavatoio fuori da Bellagio e una scultura in bronzo nei pressi di Lasnigo – del Circuito del Lario non è rimasto molto.

Si conoscono i vincitori. Dei quali però si è dimenticata l’importanza delle gesta. Sono rimaste alcune Case costruttrici: la Harley, la Moto Guzzi e la rediviva Norton. La Bianchi è sparita, Gilera e Benelli altrettanto. La Bianchi Freccia Celeste, usata da Nuvolari e da Varzi, riposa in museo e nella memoria dei più antichi appassionati. Così come la Gilera Rondine di Serafini, con il suo motore sovralimentato e il telaio perimetrale.

Solo una sosta nella pasticceria Pedrabissi, ad Asso, fa rivivere i tempi del passato con documenti fotografici alle pareti. E io in quella Pasticceria ci sono cresciuto. Tra gli aneddoti e i commenti di Mario Pedrabissi, “simpatico anfitrione”, le chiacchiere con i suoi figli e la moto di Sangue (Carlo Colombo), tra le altre, parcheggiata accanto alla vetrina dell’Anzani. Di Sangue (Carlo Colombo) di cui tanti nel mondo conoscono la geniale attività nel racing e nel Custom con Asso Special Bike, pochissimi conoscono l’origine del soprannome,  e pochi sanno che manico fosse alla guida di una moto.

Dopo la guerra, le difficoltà di bloccare la circolazione automobilistica e l’inadeguatezza del tracciato in rapporto alle aumentate prestazioni delle moto fecero accantonare l’idea di riprendere la competizione ideata dall’ormai scomoda figura di Aldo Finzi, giornalista, distributore delle motociclette Rudge-Witworth e poi pluridecorato pilota dell’87^ Squadriglia capace di violare insieme a D’Annunzio il cielo di Vienna.

Ma soprattutto sottosegretario agli Interni del primo gabinetto Mussolini, estensore del R.D. n. 645 del 28 marzo 1923 che istituiva la Regia Aeronautica e braccio sinistro del Duce, delegato a normalizzare l’opposizione (un esempio su tutti: la dura battaglia contro gli scout cattolici) e gestire le strutture parallele, e oscure, come quelle che giravano attorno al “Corriere Italiano”, il cui nome ricorrerà spesso nel caso Matteotti, nel quale anche Finzi si era trovato coinvolto.

Ciò che regge il fascino del Tourist Trophy è certamente la storia, le tradizioni e la cultura dell’Isola di Man. Il fatto stesso di essere un’isola, come una sorta di scappatoia dal mondo esterno. Ma la bellezza del Tourist Trophy è nella sua capacità di unire, di amalgamare: giovani, vecchi, uomini e donne, piloti e spettatori, tutti sullo stesso piano, tutti protagonisti di un evento irripetibile.

Davanti ai sessanta chilometri e settecento metri del tracciato che si snoda tra alberi, case, paesi e campagne, tutti i piloti sono uguali, primi ed ultimi, perché tutti hanno coraggio, ma soprattutto la passione per lanciarsi nel Mountain Course. Non esiste sconfitta sull’Isola di Man, tutti consapevoli, spettatori e piloti, organizzatori e turisti, di aver dato vita per un altro anno al Tourist Trophy.

«Chi corre non sente, né pensa: chi corre si dispensa, nucleo vertiginoso, dentro un alone di polvere; vi soffoca e si accieca», scrisse il poeta comasco Lucini. E alle volte, ammetto, ho corso anche io tra i muretti e le rocce che delimitano l’anello di trentasei chilometri e mezzo tra Asso, Onno e Bellagio per non pensare e dispensarmi. Altre, invece, per mettermi alla prova. Per portare il limite un po’ più in là. Magari smadonnando per quel doppio ingranaggio che nel cambio del Guzzi Le Mans III separa la seconda e la terza marcia rallentando sia le cambiate, sia le scalate.

Picchi di adrenalina e paura. Emozioni di una lucidità sopraffina, in un vortice secolare. Con la consapevolezza del rischio. Con la voglia e soprattutto la passione di “picchiar dentro” tutte le marce fiondandosi lungo Oliveto Lario. Di sfiorare i muri di roccia dal Ceppo in poi, scendendo verso Onno. Di gettarsi nel tratto tortuoso che porta all’approccio di Bellagio. Di far gridare il motore salendo verso il Ghisallo e poi di nuovo passando per Lasnigo e via fino a essere nuovamente inghiottito dalle curve che portano ad Asso, in paese, nei momenti topici con il fiato sospeso.

Altrettante volte, però, quell’anello l’ho percorso conversando con le Cose. Senza bisogno di chissà quali orizzonti per essere poliedrici viaggiatori. Immerso in un paesaggio strano, fantastico, dalle prospettive rocciose variate a quinte di boschi e di prati. In certi punti sognante e spettrale. Nel quale erra lo spirito d’un’armonia misteriosa che si manifesta per sfumature sensibili soltanto allo spirito di un delicato osservatore, al quale sotto le apparenze dei colori e la caducità delle stagioni, rivelano lo spirito della loro terra celato dalla forma immanente di un paesaggio tra le solitudini ondulate di pinete, boschi e pianori che hanno un che di graziosamente selvaggio.

Aria frizzante e pungente, silenzio fervido d’opere, e un grand’oblio su tutto, non c’è mai stato scontento o delusione, percorrendo quell’anello, tanta è stata l’adrenalina o l’euforia, secondo la voglia, la necessità e il desiderio del momento. Ma se è vero che l’Arte è rifugio e consolazione degli ammalati inquieti, in cui la salute del cuore e dell’intelligenza contrasta colla morbosità degli altri organi, bisogna percorrere i tratti di quella campagna per intendere come questa terra nostra sia votata al genio della malinconia. Come certe distese, vedute sotto luci d’inverno o di crepuscolo, diano il senso di uno smarrimento profondo e quasi l’angoscia d’un paese del nord. E come sotto «quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace» quell’aria frizzante e quell’ariosa finezza di colori e d’ombre, nelle sue antitesi, aumenti giornalmente l’orizzonte.

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