Una notte sull’Ahaggar

«Sconsideratezza». Qualità, comportamento, modo di agire di chi è sconsiderato. Mancanza di adeguata riflessione, ponderazione, buon senso.

Leggerezza, imprudenza, sbadataggine, imprevidenza, precipitazione, irriflessione, incoscienza, impulsività, irruenza, avventatezza, temerarietà.

«Temerarietà». Audacia spinta all’estremo, incoscienza, imprudenza.

Anche se, lo sanno tutti, che per spingere l’audacia all’estremo, ci vuole tutt’altro che incoscienza e imprudenza.

Ci vogliono invece prudenza, accortezza, riflessione. A ogni passo.

Perché la primissima delle regole sacre imposta qui dal Deserto, così come dal Mare, si chiama “Prudenza” e la seconda “Tenacia”.

Morale: bisogna sempre fare attenzione alle parole, perché niente ti inganna come il Vocabolario redatto dagli uomini.

Ti frega, sempre. E ti si frega la vita. Ti frega il tempo della vita che poi non ritorna. Mai.

È notte fonda, ma non dormo. Dal mio sacco piuma mi godo lo spettacolo della luna che illumina il deserto.

I ritmi da queste parti seguono canoni complessi, slegati dal concetto di spazio e tempo come lo conosciamo e guidati invece dai bioritmi e dalla natura. E dunque anche i tempi e gli orari, le cadenze e la scansione dei giorni, sono tutta una cosa a sé.

Non dormo, e lascio vagare lo sguardo verso il punto da cui sono arrivato, ma non succede niente, mentre nello spazio immobile e nel silenzio assoluto, le immagini e le sensazioni dei chilometri percorsi esplodono come bagliori nella mente.

Sono qui, con il naso freddo, eppure già mi mancano queste notti sotto un tetto di stelle, in questo grande albergo da migliaia di stelle, ma dal letto un po’ scomodo, con la sensazione di avere vissuto 15 anni in 15 giorni. Chissà se il mio volto ne porta visibili i segni, o finirà tutto sepolto in fondo all’anima, come sempre.

Sarà per il freddo, sarà per tutti i chilometri ormai percorsi, ma gli indolenzimenti si fanno sentire un po’ dappertutto. Gambe, schiena, ginocchia, le bicilindriche sono moto difficili da gestire soprattutto sulla sabbia morbida. Ma in diverse occasioni ti tirano fuori dalle difficoltà senza fatica.

Per guidare un bicilindrico, mentre corri tra le onde di questo mare incontaminato di sabbia dai colori delicati e incantevoli, servono una buona preparazione e una concentrazione assoluta. Che deve sempre rimanere massima e assoluta. In modo che l’adrenalina non ti fa sentire la stanchezza delle distanze che ti consumano piano piano.

L’azione, infatti, possiede una sua logica peculiare. Quando inizia, procede con la sua logica implacabile sino alla fine. E si compie con una rapidità che non concede spazio al pensiero. In modo che i pensieri sono possibili solo all’alba e nel corso della notte. Prima e dopo l’azione. Quando ti tornano in mente i villaggi di quattro case costruite in mezzo al nulla che hai attraversato. Oppure i volti che hai letto con lo sguardo, com’è normale da queste parti.

È una conseguenza naturale in mezzo al nulla. Si acquisisce una sensibilità particolare che permette di leggere e comprendere gli altri quasi nei loro pensieri. O forse è soltanto perché, dopo tanto nulla, si riesce più facilmente ad affidarsi al proprio istinto.

Quello stesso istinto che ti ha guidato sul “fesh fesh”, ad esempio. Una polvere di sabbia, simile al borotalco, sulla quale devi sempre tenere la moto in una leggera accelerazione, cercando continuamente il giusto compromesso tra gas e pesi.

Ma dato che non puoi accelerare all’infinito, e se lasci il gas la moto diventa un cavallo imbizzarrito, devi sperare di essere sul duro quando prima o poi devi correggere il gas, pena il trovarti improvvisamente a remare come un matto o peggio, per terra.

Non c’è insomma posto per romanticherie come il bisogno di solitudine in grandi spazi aperti, nel vivere a contatto stretto con la natura nelle sue forme più intense.

E in poche parole, non c’è posto nemmeno per pensare al Desert. Nel quale sembra che potresti correre per settimane e settimane senza mai raggiungere l’orizzonte, “il mare”, mentre i continui miraggi avallano e avvalorano l’idea di non arrivare mai. Finché la notte, con il buio, la sensazione di isolamento è anche maggiore.

Dormire vestito ormai è un’abitudine. Eppure non sento la mancanza di nessuna delle cose alle quali sono abituato. Vero che non mi sono ancora fidato a muovere qualche passo a piedi nudi nella sabbia, perché di scorpioni lunghi circa una quindicina di centimetri, da Agadez a qui ne ho già incontrati tre. Vero che, del mio volto, da qualche giorno, ho solo percezione della barba ispida che ha iniziato a darmi fastidio.

Ma in pochi giorni, come sempre, la scala di valori che ognuno possiede, e che ognuno si costruisce nella vita in base all’educazione ricevuta, al modo in cui vive, e a quelle che, fondate o meno, crede le proprie necessità, si è ribaltata.

Non è la prima volta che mi succede. Anzi, mi succede sempre, ogni volta che parto. E che, con il passare degli anni e delle partenze, accade sempre più rapidamente. Credo perché, quando certi limiti vengono superati, non c’è ritorno.

È qualcosa che ti entra nel corpo e nello spirito giorno dopo giorno. E che, una volta acquisito, non ti abbandona più. Si acquieta, magari. A volte lo credi sopito, altre volte invece si fa sentire. Poi te ne dimentichi che sembra spento. Ma alla prima occasione ritorna senza alcuno sforzo, spontaneamente, come un discorso che può essere sospeso, e mai interrotto. Un discorso che nemmeno le paure più profonde riescono a scalfire e sono capaci di fermare.

Un discorso sospeso tra quella la parte di me che ogni volta mi suggerisce di desistere, di abbandonare, di sottrarmi, di non fare. E quella parte di me sgomenta invece dalla prospettiva di estinguersi, giorno dopo giorno, lentamente, nelle architetture e nelle trame degli schiavi di Efesto. Dio del fuoco, delle fucine e dell’artigianato, che la mitologia tramanda brutto, zoppo e deforme. Rifiutato dalla madre Era che lo scaglia giù dall’Olimpo subito dopo la nascita. Tradito dalla moglie Afrodite, nemmeno troppo segretamente innamorata di Ares, dio della guerra. E con i ciclopi come aiutanti, che insieme ai titani erano i giganti che rappresentavano il caos primordiale poi arginato dagli dèi, e gli automi di metallo che egli stesso realizzava.

Ho sempre pensato che l’Uomo, solo, di fronte al suo Creatore, non può restare indifferente alle forze della natura che lo circondano.

Ma c’è un mondo, al di là del mare, che si autodefinisce «speculum mentis Dei», e che si dice “a misura d’uomo”, architettato e regolato dagli schiavi di Efesto.

Un mondo nel quale la folla variopinta e colorata di una stessa sfumatura neutra, non è fatta di uomini, ma di agenti di produzione, che nel prossimo vedono il concorrente, l’opportunità, la preda, forti delle loro stesse costruzioni.

Forti dei meccanismi da loro stessi architettati, forti delle loro architetture, forti dei pregiudizi, del conformismo e delle leggi, che invece qui si stemperano lentamente nel medesimo immenso silenzio che giorno dopo giorno entra nel corpo e nello spirito altrettanto lentamente, man mano che la vita scompare nel vuoto assoluto, nel quale il nulla si identifica con il tutto, prima di riapparire, poi, sotto altre forme.

Il deserto, infatti, non è per nulla desideroso di essere accogliente. Si lascia attraversare. Appare, erroneamente, uniforme. Si estende e cresce inesorabile conquistando lo spazio.

Parla con il suo immenso silenzio. Finché, il suo silenzio, la varietà delle sue rocce e dei suoi colori, le sue forme alternate alle distese sabbiose e alle dune, e le sorprendenti apparizioni della sua strana vegetazione, mostrano la sua reale vitalità. A propria misura, non a misura d’uomo.

Mentre il «qui e ora» si trasforma mistericamente in un muoversi nel tempo dispiegando pienamente tutte le possibilità racchiuse all’interno del concetto di movimento e «direzione».

Invitandoti a trovare la tua via compiendo un percorso di spoliazione, nel corso del quale la coscienza sempre bene attiva, presente, pragmatica e libera dal superfluo, è continuamente impegnata in una scelta da perseguire con determinazione.

È un mondo dalle leggi dure ma semplici, che non bara mai. Immenso e senza frontiere, nel quale la vita scorre al presente e dove l’essere si rimpicciolisce smarrito per la consapevolezza dei suoi limiti, ma dove trova anche coscienza della sua grandezza.

Un mondo in cui la misura umana è l’universale e il particolare. Non il gigantesco che stritola l’uomo ed il minimo che l’abbrutisce.

Un mondo in cui la carne diviene spirito e lo spirito diviene carne.

Ma come spiegare che non sono le stelle, in quanto teli, e nemmeno i silenzi, o i colori, ma sono invece i nostri sensi e la nostra anima a cercare tutto ciò, evidente la tesi che più ci si muove, più si viaggia, più si fanno cose diverse nella vita, meno si rischia di farsi incrostare dalle cattive abitudini e da altri rifiuti che vorrebbero incollarsi alla nostra pelle.

È il vivere, infatti, che dà forma alla mente. Nient’altro che il vivere.

Dà forma alla mente e dà forma al pensiero, che a sua volta è nient’altro che l’esercizio di un senso interiore.

Una facoltà, però, che può cessare, come tante altre, persino mentre siamo vivi, insieme alle forze che la producono.

Una facoltà a suo modo infantile, che si può perdere, e si perde, passo dopo passo, metro dopo metro, chilometro dopo chilometro. Tanto che le nostre prime esplorazioni, da bambini, materia prima della nostra intelligenza, cessano man mano che la paura e la cosiddetta “maturità”, passo dopo passo, prendono il sopravvento. E il pensiero, cessato di essere esercizio di un senso interiore, assume un modo e una finalità «matura».

Adatta e “idonea” al mondo «speculum mentis Dei», architettato e regolato dagli schiavi di Efesto.

Accompagnata da tutte quelle angosce che piombano con rapidità fulminea e forza straordinaria, a rendere impossibile qualsiasi «Rivoluzione», qualsiasi nascita.

Poiché l’autenticamente «nuovo» è rappresentato soltanto dalla sorpresa di una nascita. Dalla sorpresa per ciò che appare per la prima volta al Mondo. Dalla sorpresa per la natura capace di stupire con la sua imprevedibile novità.

Mentre una «Rivoluzione» autentica può essere opera soltanto «in» coloro, che «hanno il cuore» per avanzare lungo la linea indefinita del Tempo, verso un misterioso futuro. Coloro che operano per distacco, saltando oltre il confine.

Quando guardo lontano nella scia della mia vita, rivedo il bambino meravigliato dal mormorio dell’acqua sulla carena, mentre, appena infilato il timone negli agugliotti, la vela si gonfia di vento e la barca prende abbrivo, e comincia a vivere. Perché una barca a vela è una creatura viva. Va via, e porta con sé nel calore del cuore il bambino, insieme.

Via, sull’acqua sterminata, verso il grande ignoto al di là dell’orizzonte, per vincere le paure che limitano la coscienza e spezzano lo slancio della vita.

Per il resto del tempo, per quel bambino c’era la grande città, che non ha nemmeno il mare, ma aveva la scuola, qualche breve fuga, la strada e la moto, con una nuvola di fumo azzurro ricinato e gli spazi più remoti da esplorare, da conquistare, correndo verso una libertà dei sensi e del corpo quasi illimitata, simile a quella degli animali della foresta.

Penso molto, penso troppo, mi dico. Penso agli altri motociclisti che ho incontrato. Penso ai più improbabili di loro. Personaggi di fantasia con zaino sulle spalle e taniche appese alla moto. Pionierismo puro. Spirito dell’avventura. Probabilmente smarriti nel deserto per sempre. Come tanti dei quali non si è saputo più nulla. Come i tanti che ho visto prendere il largo sorridenti tra le onde di un mare livido e di pessimo umore, su imbarcazioni vecchie e approssimative, messe insieme con gli avanzi rimediati in banchina.

Eppure, in una notte come questa, con lo spettacolo della luna che illumina il deserto nel silenzio assoluto, e il naso freddo proprio come accade nel corso delle traversate in mare, quando il canto del vento nelle vele, risponde a quello del mare e dello scafo fondendosi insieme nel canto dell’universo, si ha il tempo per ascoltare le voci esterne e quelle interiori. E si ha il tempo per guardare e vedere con le due parti dell’essere. Allora rivedo il bambino che non mi ha mai abbandonato.

Morale, è solo una questione di ansia. Fino a oggi, ad esempio, avevo paura di quello che avrei incontrato, e che conoscevo. Ma avevo anche paura di ciò che avrei incontrato, e non conoscevo. E che, non conoscendolo, immaginavo, ovviamente, completamente diverso, ingigantito dalla mia immaginazione, rispetto a quello che poi è stato.

Ad esempio avevo paura del “fesh fesh” che da Pic Zoumri, prosegue intorno la punta Ngam Sounosso, fino a villaggio di Lotey. E che mi avevano descritto terribile, molto più terribile di quello di altre zone che avevo sperimentato. Avevo paura delle dune sulle quali abbiamo sfidato la legge di gravità, con qualche capitombolo, ma anche con grande soddisfazione. Avevo paura della moto, perché guidare un bicilindrico è sempre decisamente impegnativo e da queste parti un qualsiasi piccolo imprevisto può diventare letale. Ma soprattutto, come sempre, avevo paura di me stesso e delle mie capacità.

L’immaginazione, infatti, quando si proietta nel futuro, ha la squisita capacità di correre fino alla «fine». E cioè fino al termine dell’immaginazione.

Fino alla «morte», insomma, che però corrisponde al limite dell’immaginazione. Ossia, al limite della propria immaginazione.

In modo che si concede esistenza solo a ciò che si è capaci di immaginare. E dunque a poco.

Nel frattempo, la stessa fantasia che muove all’azione ignota, tenta di prefigurare quello che ci aspetta. E il più delle volte, nel suo protrarsi, dipinge in modo vivido soprattutto gli aspetti sinistri e angoscianti, illuminando vividamente, fin nei minimi dettagli, quell’azione ignota, che poi, nella realtà, si rivela tutt’altra cosa, e diversa, da quella immaginata.

Non per niente, in Occidente come in Oriente, l’iniziazione è legata all’Arte “militare”, ossia alle Arti “marziali”, dedicate ad Ares, a Marte, dio della guerra, amato da Afrodite, moglie di Efesto, perché “la guerra”, ossia quello scontro con il nemico visibile ed esterno, che è sempre simbolo e proiezione del nemico interno a se stessi, è la parte attiva della meditazione passiva.

Perché non si tratta di arrivare alla fine di un viaggio, ma di giungere “alla fine di se stessi”.

Domani, dunque, ormai superato Atakor, l’immenso nodo sporgente dalle sabbie, e l’Ahaggar, mi aspetta l’altopiano fino a Tassil N’Aier. Poi, l’oasi di Bordj Omar Driss, con le cicogne bianche ad affollare le pozze d’acqua. Poi, Messaoud e l’attraversamento del cuore più misterioso e affascinante del Sahara, fino a Touggourt. E poi sempre più a Nord fino a Chott- El Djerid, che il primo amore non si scorda mai, e poi a La Goulette.

Lungo il percorso continuerò a temere qualsiasi piccolo imprevisto, che come sempre può diventare anche pericoloso.

E già so che man mano, alla fine di ogni tappa, mi affronterò anche il pensiero di essere un po’ più vicino a tutto quello che al ritorno ritroverò di famigliare.

In quel mondo che si autodefinisce «speculum mentis Dei», che si dice “a misura d’uomo”, e nel quale si dice: «Il paradiso è serrato. Il cherubino ci sta alle spalle e dovremmo fare il giro intorno al mondo per vedere se si trova, forse, un qualche ingresso dal retro». In modo che bisogna percorrere un’altra strada per tornare al Paradiso.

Per farlo, però, bisognerebbe gustare in altro modo i frutti dell’albero della conoscenza. Il che, se non addirittura proibito, nel mondo architettato e regolato dagli schiavi di Efesto, è comunque controproducente.

Tanto più che in quel mondo architettato e regolato dagli schiavi di Efesto, non basta passare attraverso l’intelligenza delle macchine e del disumano, per ritrovare quel centro dal quale discende l’armonia di quei movimenti tutti al riparo da ogni possibile affettazione. Semplicemente perché quel centro, in quel mondo non c’è. E nemmeno si può fuggire da quel mondo, perché percorrere un’altra strada per tornare al Paradiso, non è certo l’«allontanarsi precipitosamente, per evitare un danno o pericolo», di una fuga. Né una «improvvisa perdita di qualche cosa». In quel mondo infatti ci sono troppi dei. Anche se, nel fondo di noi stessi, si sa che conta solo il cammino percorso.

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