Finché benzina c’è speranza

«Or, se mi mostra la mia carta il vero – declama l’Orlando Furioso in apertura dell’ultimo canto – non è lontano a discoprirsi il porto». Anche se dubbi e titubanze sono tutti comunque risolti, e dissolti, quando le strade sono cambiate per un qualche ammodernamento e la carta, suo malgrado, ha cessato di dire il vero.

Una volta spenta la sigaretta, infatti, non è che interessi poi molto al viandante quel che dice la carta, quando viaggia, come sempre, scegliendo solo la direzione. Poiché la carta, in questo caso, aiuta a individuare, tra le strade secondarie, quelle ideali per il viaggiare senza meta.

I percorsi migliori, ad esempio, non collegano mai niente con nient’altro. E se la linea marcata sulla carta è molto mossa, meglio. Vuol dire che ci sono le colline, in cui, probabilmente, sarà più facile ritrovare quel fresco odore di foglia, verde e salato, moderatamente balsamico, dell’albero che fa ombra, che si è già sentito. Perché nulla come gli aromi alimenta i sogni e «nulla fa risorgere il passato come un profumo che gli sia stato associato».

Sia quel che sia, anche oggi ho viaggiato tutto il giorno in moto.

Di buon mattino ho preso per una strada poco trafficata, scandita da boschetti, cartelloni pubblicitari, pascoli e frutteti. Poi ho svoltato per una strada all’ombra di non so quali alberi, che ha iniziato a correre parallela a un canale che sembrava preso da un quadro degli Impressionisti.

Mi sono divertito (e molto) guidando su e giù per le colline per una strada tutta curve che procedeva serpeggiando. E mi sono annoiato, terribilmente, attraversando una pianura arida, tutta sterpaglie e costruzioni industriali, cancelli, sterpaglie, semafori e costruzioni industriali.

Ho sbagliato strada qualche volta (ammesso che si possa sbagliare strada quando si viaggia scegliendo solo la direzione), arrivando fino al cuore del Poitou-Charentes, che mi è andata bene, perché la strada è impeccabile, dolcemente movimentata di curve e saliscendi attraverso una campagna di prati verdi lussureggianti, pacifici e silenziosi, e piccoli paesi lontani da tutto.

Lungo la strada ho scoperto la brioche vendéenne e poi la gâche vendéenne, che ha anche la crema. In realtà gâche e brioche, e soprattutto la brioche, sono delle normali brioche che qui, ho scoperto, si fanno anche al posto del pane. Il che, a proposito di Vandea e brioche, getta una luce sinistra sulla celebre frase attribuita a Maria Antonietta.

«Vendéenne», invece, mi ha spiegato il manifesto di una manifestazione gastronomica, è stato apposto nel 1949, per indicare i prodotti il cui acquisto contribuiva a una colletta promossa dalla Associazione commercianti vandeani in favore dei prigionieri di guerra.

Poi, un paio di soste in due bar a prendere il caffè.

Mi sono guardato attorno, come faccio di solito, afferrando frammenti di conversazione tra gente che ci guardava, come sempre accade, perché per loro la novità eravamo noi. Anzi, lei. La moto.

Nera, imponente, impolverata di chilometri, cromata, eppure fatta di poche cose, a suo agio sempre. Nelle lunghe ore spese attraversando le campagne, appoggiata cavalletto sul ciglio della strada principale del più sperduto dei paesi, così come su e giù per le colline e le montagne. Sempre.

Si dice infatti che il tempo sia il Lete. Ma anche l’aria delle lontananze è un’acqua simile. E i suoi effetti, se pur di minore intensità, sono però di tanto più rapidi.

In modo che, se due giornate di viaggio bastano ad allontanare anche il più grigio dei tecnocrati dal suo solito mondo, da ciò che egli chiama “i suoi doveri”, “i suoi interessi”, “le sue preoccupazioni”, “le sue aspirazioni”, lo spazio che rotola tortuoso sotto le ruote della motocicletta ha in sé forze che di solito si credono riservate al tempo.

Di ora in ora, esso dà origine a interni mutamenti molto somiglianti a quelli generati dal tempo, ma che in certo qual modo li sorpassano, perché se il moto è la migliore cura della malinconia, come affermava Robert Burton (l’autore di The Anatomy of Melancholy), il moto in moto è la più potente delle cure: «I cieli stessi girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento».

Nel primo pomeriggio ci siamo avventurati a fare benzina in una vecchia stazione di servizio di paese, di quelle con una sola colonna a manovella annessa a una autofficina con le insegne dipinte sui muri imbiancati a calce. Una vera rarità.

Nel corso del laborioso rifornimento, il gerente, un settantenne tanto in carne quanto diffidente, dopo avermi squadrato con l’aria di saperla lunga e averne viste molte, ma davvero molte, negli anni, insomma, un vero esperto della vita e delle cose del mondo nella zona che dal paese arriva quasi alla periferia del capoluogo, mi ha domandato inquisitorio: «Vous venez pour le championnat?».

«Bien sûr», ho avuto la prontezza di rispondere, ricordando i manifesti che negli ultimi chilometri tappezzavano la strada annunciando l’imminente finale di non so quale campionato di bocce.

Il gerente, inorgoglito per la sua intuizione, ha preso quindi spiegarmi con autorevole dovizia il percorso più rapido per raggiungere il luogo del torneo. Spiegazione che, naturalmente, ho seguito con la massima attenzione, anche chiedendo un paio di chiarimenti, per essere più credibile. Salvo poi, ovviamente, proseguire per la mia strada.

Chissà se quel «Bien sûr» ha inorgoglito il gerente perché lo ha confermato nella sua intuizione e nella sua opinione di uomo esperto delle cose del mondo, o lo ha inorgoglito perché appassionato del gioco, che certamente in zona, per il clamore con il quale era annunciato il torneo, deve essere largamente seguito da un vasto pubblico di cultori. Probabilmente entrambe le cose.

E chissà se nel pomeriggio, dopo avere chiuso la stazione di servizio, è semplicemente risalito nell’appartamento soprastante l’officina, o si è recato al torneo, guardandosi intorno per scorgere la moto del forestiero.

Se lo ha fatto, non vedendola, ha sicuramente pensato che, malgrado le sue istruzioni puntuali, il forestiero avesse smarrito la strada. Come fanno i forestieri. Perché, irrinunciabile l’appuntamento con il torneo, le strade, soprattutto quelle secondarie, in ogni luogo sono fatte per la gente del luogo, bisogna conoscerle a memoria. Che ci vuole sapienza e malizia per muoversi e orientarsi.

In realtà, quando si viaggia scegliendo solo la direzione, l’abilità principale è esattamente la capacità di perdersi con misura, andando per lo più a naso, sulla base dei pochi indizi a disposizione.

Si annusa l’aria per sentirne l’umidità. Si presta attenzione a questo o a quel nome che suscita qualche suggestione, o ricorda qualcosa di interessante. Si segue lo scorrere del sole, per orientarsi.

Si scruta l’orizzonte per vedere quello che all’orizzonte gli altri non vedono e nemmeno sono interessati a vedere.

L’arrivo di un fronte caldo, ad esempio, che non da requie per giorni e giorni e mette a dura prova il fisico e il motore, e suggerisce di tenersi al nord.

Oppure l’orlo scuro che annuncia l’arrivo di un fronte freddo. Perché cumuli temporaleschi, o groppi isolati, puoi cercare di aggirarli. Ma quella lunga striscia scura, senza neanche un cirro che la preceda, quando si annuncia puoi solo prepararti a subirne la pioggia, confortandoti al pensiero che dopo, l’aria fresca che segue, rende ogni viaggio più gradevole.

Proprio come ora, che  il tempo è ritornato calmo, e l’aria fresca che segue ogni fronte freddo rende il viaggiare più allegro, soprattutto a quest’ora. Mentre il sole sta declinando in un arcobaleno di azzurri striato di rossi, di gialli e di viola che esplodono come fiammate e accarezzano gli occhi ed il cuore.

D’altronde il viaggiare, si dice, è una palestra per l’anima. E all’inizio, è senz’altro vero. Ed era ancor più vero al tempo in cui le frontiere, nei pochi metri che separavano le due barriere doganali, proiettavano in un paese sconosciuto, dove nulla ci legava e dove tutto era da imparare.

Al tempo in cui, percorsi quei pochi metri, e oltrepassata la seconda barriera, guardando indietro al proprio mondo che si era appena lasciato, ci si sentiva già smisuratamente lontani, come se quel breve tratto di asfalto tra le due barriere fosse un oceano e quelle bandiere colorate un’illusione.

Fino a scoprire, però, con l’andare dei chilometri e con il cumularsi dei ricordi, che l’anima, di viaggiare, non ha bisogno. Perché quella che hai, è quella che è. E ti rimane.

Semmai c’è una specie di destino che ti condanna a fare certe cose e non altre. Come un rabdomante che cerca l’acqua e la trova. Il rabdomante non sa perché a un certo punto c’è l’acqua. Sa solo che la bacchetta trema, d’un tratto, e lì sotto c’è l’acqua.

Altrettanto si dice che viaggiare è conoscere. Ma a pochi chilometri da qui, ad esempio – o meglio: a qualche centinaio di chilometri da qui per come ci siamo passati stamattina di buon ora – c’è Saint Michel de Montaigne, paesino di circa trecento abitanti, che fu dimora del filosofo Montaigne, autore degli Essais, per il quale viaggiare era «un utile esercizio; la mente è stimolata di continuo dall’osservazione di cose nuove e sconosciute».

Fino a comprendere, però, chilometro dopo chilometro, attraverso il viaggiare, che il pittoresco, per quanto pittoresco, non è altro che il quotidiano di altri. E che il viaggiare rivela sempre la stessa immagine del Mondo. La sapienza a cui perviene, semmai, è che tutto è noia. Quel che «ti toglie la solitudine senza darti la compagnia». Quel che non si può sfuggire, se «la nostra malattia è il vuoto della Creazione incompiuta».

Quel che non si può sfuggire, così come non si può ingannare il Tempo. Perché esso arriva, o arriverà, inesorabile, invitandoti a cogliere i suoi frutti. A cibarti di questo o quel momento che non avrà mai fine, talmente potente da stordire i sensi anche a distanza di decenni. Ritrovando magari, a distanza di decenni, quel fresco odore di foglia, verde e salato, moderatamente balsamico, di quell’albero che fa ombra, e che si è sentito non appena arrivati.

Ma vallo tu a spiegare a uno che cinquecento anni fa ha speso l’intera vita a sognare di viaggi, in un paesino che oggi conta ben trecento abitanti.

Viaggiare, infatti, malgrado tutto quel che se ne dice, è nient’altro che raccogliere un mucchio di immagini spezzate, sulla stessa cattiva strada di quelli che divorano il mondo.

È l’immagine della colonna di carri armati che spunta dalla foschia mattutina sulla strada di campagna intorno a Wiesbaden. L’immagine del bivacco notturno al Rastplatz Nößlach per sfuggire dalla neve, sperando di poter proseguire per il Salzburgring la mattina dopo.

È l’immagine di quella strada diritta tra la Svezia e la Norvegia percorsa nella luce dell’alba che sorge alle spalle, con la luce del sole che si allunga, chilometro dopo chilometro, a dissolvere il buio che ancora occupa la strada.

È l’immagine delle strade ampie e lisce proiettate senza mediazione in paesaggi aridi e selvaggi in cui la mano, oltre ad avere portato chissà come una striscia d’asfalto, non ha lasciato traccia.

È il silenzio senza odore del Deserto, la cui immensità primeggia su tutto, ingrandisce tutto, come il mare.

È la volta celeste piena di stelle sulle chiacchiere scambiate con un tale, tedesco, con la moto uguale alla tua, incontrato lungo la strada di Antiochia, lui di ritorno da Mīrjāveh attraverso l’Iran, l’Iraq, la Giordania e la Siria, poiché non lo avevano fatto passare in Pakistan.

Ciononostante, il viaggiare scegliendo solo la direzione, senza meta, lontano da autostrade e divertimentifici, non solo è incomprensibile per molti, ma è prontamente tacciato dai più, con ostentata acrimonia, di snobismo, élitismo, eccentricità, follia e di tutte le peggiori intenzioni che il vocabolario riesca a individuare.

Basterebbe però avere letto Sterne e il suo «Viaggiatore sentimentale», per scoprire che questo modo di viaggiare tanto deprecato è in realtà antico, molto antico. E fu assai comune secoli fa.

«Non ho dunque, monsieur le comte, visitato il Palais-Royal, non il Luxembourg, non la façade du Louvre. Non ho ambìto d’impinguare i cataloghi che abbiamo di quadri, di statue e di chiese. Nel mio pensiero ogni bella persona è un bel tempio dov’io son vago d’inoltrarmi al fine di ammirare le immagini originali e gli schizzi abbozzati che vi si appendono, piuttosto che la stessa Trasfigurazione di Raffaello. Questa sete che m’arde impaziente, pari a quella di tutti gli appassionati delle arti, mi trasse fuori del mio tetto, e di Francia mi trarrà per l’Italia. Viaggio riposatissimo è questo mio; viaggio del cuore in traccia della natura e di quei sentimenti che da lei sola germogliano, e che ci avvezzano ad amarci scambievolmente, e ad amare una volta un po’ meglio tutti gli altri mortali».

Il viaggiatore di Sterne, infatti, a differenza del viaggiatore «a caccia di cognizioni e incrementi» della tradizione del Gran Tour, che ha molto in comune con il turista moderno, cerca di spiare nelle diversità «de’ costumi, de’ climi e delle religioni», la nudità del cuore umano. Per quanto esso, bisogna ammetterlo, il più delle volte non dia affatto bello spettacolo di sé. In modo che nel tempo, chilometro dopo chilometro, viaggiare diviene roba personale, che si realizza nel rapporto col paesaggio intorno.

Un modo di viaggiare che non è mai stasi, ma movimento, trasformazione continua, come la rivoluzione, che dona capacità di vedere altro, di pensare altro, altri mondi, altri paesaggi, altro.

E l’abilità principale che richiede è il perdersi con misura lungo le strade meno battute, senza deviazioni segnalate, dove si va per lo più a naso, sulla base dei pochi indizi a disposizione.

Un modo incomprensibile e inaccettabile al turista «a caccia di cognizioni e incrementi», poiché, nell’ineluttabile eclissi dell’esistenza dettata dallo scorrere del tempo, il pensiero ha bisogno di appoggiarsi alla concretezza per non smarrirsi nel vuoto. E cerca di fabbricare, a suo uso e consumo, un quadro del mondo semplificato e intelligibile.

La storia diventa tangibile grazie alla geografia, il tempo grazie allo spazio, il tempo libero grazie all’intrattenimento, il divertimento grazie a ciò che sospende la coscienza, fino al momento di tornare alla vita e agli impegni di sempre. E questo cosmo, con le sue costruzioni, è il cardine della vita emotiva per trovare la pace e la serenità negate dal vortice angusto dell’esperienza personale.

«Il nostro viaggiatore, invece, andava allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti e soprattutto di poter presto rimettersi in cammino. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà», diceva Manzoni.

Consapevole tuttavia, il nostro viaggiatore, a differenza di quanto Manzoni ascrive a Renzo, dell’inutilità «di trovar con chi parlare, a chi raccontare» (d’altronde, Alessandro Manzoni tutto era fuorché un viaggiatore).

Poiché quell’andare senza meta, così distante e opposto all’andare «a caccia di cognizioni e incrementi» del viaggiatore del Gran Tour e del turista moderno, è inviso non soltanto perché pericoloso e sedizioso, come l’ozio latino, tempo della riflessione, dello studio e della comprensione, che coltivava la coscienza e progettava le trasformazioni e le rivoluzioni.

Ma perché, più meschinamente, come Ariosto aveva già scritto in un altro punto de L’Orlando Furioso: «Chi va lontan da la sua patria, vede cose, da quel che già credea, lontane; che narrandole poi, non se gli crede, e stimato bugiardo ne rimane: che ‘l sciocco vulgo non gli vuol dar fede, se non le vede e tocca chiare e piane».

Ragion per cui, viaggiando, bisogna sempre resistere alla tentazione di raccontare. Sempre resistere a quel pericolosissimo nesso di coordinazione e reciprocità, originario e tentatore, che esiste tra il viaggiare e il raccontare, o tra il viaggiare e lo scrivere, che poi in fondo è la stessa cosa.

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