Cassetti di Sabbia

Poche ore fa, lungo la strada che dalla falesia di Tiguidit porta ad Agadez, mi è apparso dal nulla un chiosco. Ma un chiosco vero, intendo. Non un miraggio. Un vero chiosco acciaccato e impolverato, con le insegne in lamiera ammaccate, come si conviene a un qualsiasi chiosco lungo la strada di una qualsiasi regione desertica. E incuriosito, dopo tanti chilometri di sabbia, più o meno trecentocinquanta dall’altro ieri, mi sono fermato.

Sistemata la moto sul cavalletto, operazione che da queste parti non sempre è indenne da sorprese, mi sono avvicinato e ho cercato di tradurre le scritte sulla lavagna. Ho chiesto una birra, e incredulo, con la mia birra fredda gelata in mano, sono tornato a sedermi sulla moto, accanto a uno dei camion sopraggiunti nel frattempo. Poi, non appena seduto, ho esitato.

Vero che nel Sahel, per quanto ho potuto constatare, pur professandosi tutti musulmani, tutti più o meno bevono alcolici alla luce del sole. Ma, mi sono detto, un conto è farlo in un oasi sperduta del Sahel, e tutt’altro conto, forse, è farlo vicino ad Agadez, una città Santa dell’Islam. Sta di fatto che mi sono guardato intorno ancora un paio di volte e quindi, finalmente, ho dato il primo sorso.

Sulle labbra, che non mi ero accorto l’aria secca aveva asciugato e spaccato, il liquido freddo e amarognolo si è mescolato alla sabbia che non mi ero accorto le aveva ricoperte. Tuttavia, senza darmi il tempo di realizzare né il bruciore delle labbra, né la ruvidezza della sabbia sulla lingua, la frescura di quel liquido mi ha subito preso alla testa come il bagliore di un temporale in arrivo. E poi, man mano che il liquido scendeva, si è diffusa in tutto il corpo, risvegliandolo dal torpore e dalla stanchezza dai chilometri, e provocandomi un altrettanto improvviso, ma intenso benessere.

Diciamola tutta. Non è la prima birra che bevo da queste parti, e non era certo un granché come birra. Ma già solo per quella sua frescura, dopo tutti i chilometri percorsi tra ieri e oggi, quel liquido amarognolo e soprattutto freddo, era beatitudine velata di amarezza. Con gli occhi chiusi sapeva di riflessi azzurrati del ghiaccio. Di vento fresco di fine estate che sotto un cielo terso corre ad agitare il manto giallo del grano. E sul fondo, con un po’ di immaginazione, sapeva anche un po’ di spighe d’orzo mature, tostate malamente. In modo che l’ho tirata più lunga possibile quella sorsata, che alla fine ho sottolineato con uno schioccare di lingua, come a suggellare una sorta, anzi, una vera e propria laurea sahariana tutta mia personale.

Dopo lo schiocco di lingua, però, dato che i contrattempi in tutto il Sahara sono la norma, sono stato sopraffatto da un irrefrenabile moto di ilarità e commozione, che nemmeno facendo appello a tutte le mie migliori e più prudenti intenzioni sono riuscito a tenere a freno, e che mi ha attirato gli sguardi perplessi degli altri avventori. Il che, da queste parti, è comunque cosa assai poco raccomandabile.

Perché il deserto non è certo una palestra di buoni sentimenti. Ha regole tutte sue (come qualsiasi luogo del mondo). Chi ci vive deve arrabattarsi o creparci (come succede in qualsiasi altro luogo del mondo). Ma ogni latitudine ha una propria religione. E quanto più un luogo è estremo e inospitale, tanto più quella religione è dura e intransigente.

Intendiamoci. Una religione, a differenza della spiritualità cui si ispira, non è altro che una pratica reale. Una disciplina quotidiana. Un modo di fare quotidiano. E non è stata certo l’attrazione chimerica o la fascinazione per chissà quale sfida, o chissà quale pericolo, ad avermi condotto qui. Ma nemmeno la ricerca di una qualche strampalata romanticheria, mistica o sentimentale. Per la quale, a meno di lambirlo magari al riparo e sotto la protezione dell’organizzazione di una qualche spedizione organizzata, nel deserto non c’è posto.

Volevo semplicemente arrivare al famoso albero del Ténéré. O meglio, al suo simulacro, dato che quello vero di albero è stato abbattuto nel 1973. E ci sono arrivato. Insieme a tutte le paure che mi hanno accompagnato fedeli e obbedienti addirittura da prima della partenza, per poi congiungersi, e sommarsi, a quelle che passo a passo ho raccolto lungo strada, man mano che procedevo verso sud, dove l’asfalto lascia il posto alle piste sterrate, con la carta Michelin 152 a farmi da guida.

Prima verso Djanet, poi lungo il plateau di Djado fino al Col de Chandeliers, oltre il Ténéré del Tafassaset, dall’altra parte del mare desertico. E poi sempre più a sud, verso Dirkou, Bilma e Fachi. E finalmente a quell’Albero del Ténéré, che è risaputo non essere una meraviglia. Ma che non immaginavo, e soprattutto non ho veduto in quel momento, tetro come invece lo ricordo adesso, a ripensarci.

Da Fachi all’albero del Ténéré sono circa 170 chilometri di nulla. Poi, finalmente, il pozzo che rende così famoso, e soprattutto prezioso, quel punto segnato su tutte le carte, circondato di rifiuti e di ossa dei cammelli che, più giovani o più vecchi, dopo essersi sobbarcati la traversata, proprio in vista del tanto agognato pozzo, crollano e muoiono. Perché, come si dice da queste parti «quello che il deserto vuole il deserto prende»

Poi, dall’oasi del Ténéré ad Agadez sono circa 270 chilometri. Anche qualcosa i più con la sosta alla falesia di Tiguidit. Ma dal pozzo in poi il massiccio dell’Air offre un sicuro riferimento per la direzione, e anche il terreno, proseguendo verso ovest, diviene via via più compatto. Bisogna sempre prestare la massima attenzione, ma si viaggia con maggiore tranquillità. E man mano che si procede verso occidente si incontra anche della vegetazione.

Tiquidit

Da domani, e nei prossimi giorni, da Agadez a La Goulette, il porto di Tunisi dove sono sbarcato con la Habib, me ne attendono altri millesettecento di chilometri. Duecento in meno di quelli che ho percorso all’andata, con quella deviazione che ho fatto pur di non perdermi nemmeno questa volta la possibilità di correre su Chott El Djerid. Il lago salato nella depressione tra le oasi di Tozeur e di Nefta da un lato e tra Kebili e Douz, ai confini del deserto del Sahara, dall’altro. Una zona che ho scoperto qualche anno, quasi sette anni fa, ormai, attraverso il Road Book Pirelli “Tunisia 2”. L’unico riferimento che avevo all’epoca dei miei primi passi nel deserto, a lambire il Sahara.

Motore di tutto la curiosità. Anche perché non mi riesce mai di credere fino in fondo ai pericoli di un viaggio. Forse perché non sono capace di trovare differenze tra il viaggiare e il vivere, in modo che per me i pericoli del viaggio, sono gli stessi della vita. Forse perché è un passo più in là che la vita inizia ad accadere in maniera più decisa e repentina. Intensa e improvvisa. Con quel passo, che non importa sia ampio o breve. Importa farlo.

Da solo, perché tanto non sono mai solo mentre viaggio. Anzitutto perché, anche se guidare da queste parti richiede concentrazione, e la concentrazione è assenza di pensiero, in modo che i pensieri da queste parti si fanno prima e dopo ma non mentre si guida, qui come altrove, come sempre, la realtà si realizza sempre in conseguenza dell’intrecciarsi di uno strano concorso di destini, aspirazioni, di sogni, progetti e iniziative di persone anche le più disparate tra loro.

Ad esempio, non sarei qui, ora, se non mi fossi avvicinato al fuoristrada. Il che non sarebbe successo se prima non mi fossi avvicinato al Trial. E anzi, nemmeno avrei avuto una moto se non ci fosse stato il Trial. E non ci sarebbero state né moto né Trial se un giorno qualcuno non mi avesse insegnato ad andare in bicicletta. In modo che, di ciascuna di quelle persone, c’è un consiglio, ad esempio, e quindi un pezzetto di loro, ad accompagnarmi ogni volta. Sempre insieme all’altra parte di me, ovviamente. Quella che da sempre è la mia più fedele compagna. Quella che ogni volta mi suggerisce di desistere, di rinunciare, di tornare. E che ogni volta zittisco chiedendole a cosa, e dove, pensa di poter tornare. Anche perché, piaccia o no, è proprio la paura il vero valore del viaggio, così come lo è della vita e del vivere. Il cui apporto più reale non è il piacere, ma il renderci febbrili e porosi. Tanto che ogni «minima emozione scuote fino al fondo dell’anima e dell’essere».

Eppure, malgrado tutte le paure, le incertezze, le insicurezze e i disagi, fino a poche ore fa non c’era nulla che mi fosse mancato. E per un attimo, addirittura, davanti a quel chiosco, mentre quella specie di birra fredda scendeva a dissetarmi, mi sono sentito pieno e appagato. Quasi felice.

Nell’attimo in cui quel liquido che scendeva a dissetarmi, come fosse una pozione magica, o più semplicemente come l’acqua del Lete, ha cancellato qualsiasi pensiero e qualsiasi ricordo. E mi ha reso per un istante, libero da ogni pensiero. Libero da ogni memoria. Perché anche se i pensieri dovrebbero essere l’unica cosa veramente libera che ognuno di noi possiede, i pensieri, in realtà, liberi non sono mai. E anzi, nulla come il pensiero ci lega a qualcuno, o a qualche cosa.

Quella specie di birra, insomma, mentre scendeva a dissetarmi, si è portata via l’imbarco sull’Habib, la nave tunisina che ogni sabato sera alle sei parte dal porto di Genova, il mezzo e il modo più economico per raggiungere l’Africa, e quel molo d’imbarco che al mio arrivo era già tutta una piccola città nomade, già montata e già abitata, rumorosa e multicolore. Affollato di Peugeot 504 e Renault 12 cariche all’inverosimile e ben oltre le capacità della più fervida immaginazione. Affollato, nel trambusto, di grida e dispute dalle durezze e le aspirazioni ansanti della lingua araba. In modo che l’impressione dell’arrivo è stata più violenta su quel molo d’imbarco, che a destinazione. Allo sbarco nel caos de La Goulette, il porto di Tunisi.

Ma si è portata via, quella specie di birra, anche le ore trascorse in navigazione sulla Habib, guardando l’azzurro del mare sempre in movimento. E poi la corsa, su Chott El Jerid, tra Tozeur e Druoz. La pista che costeggia le montagne del Tassili N’Ajjer. Roccia nera con la sabbia dorata a lambirla. Paesaggio sublime. L’arrivo sul Col de Chandeliers, in mezzo a quelle due pietre che ci vuole una discreta fantasia per definire candelieri, ma che segnano l’approdo all’altro mondo, al di là del Sahara. E anche la sosta in mezzo alla terribile sorridente miseria di Seguedine. L’atmosfera torrida e torbida da centro di loschi traffici per loschi trafficanti, che aleggiava come una cappa a Dirkou. E poi l’ingresso a Bilma, nel tranquillo via vai delle persone che ci abitano, dopo tutte quelle ore di “fesh fesh”.

Si è portata via tutti i chilometri di “fesh fesh” e si è portata via l’oasi del Ténéré, con il suo striminzito albero e quel pozzo d’acqua così prezioso con tutte quelle ossa intorno. Ma si è portata via anche tutta la paura (e sarebbe bastata solo quella), che mi ha accompagnato da Fachi fino all’albero del Ténéré. Lungo il tratto più difficile e pericoloso del Ténéré. Che poi devo ammettere: se lo percorri da est a ovest, come ho fatto io, è certo impegnativo, ma alla portata di un qualsiasi motociclista. Mentre è addirittura proibitivo affrontare il Ténéré in direzione nord-sud, che non ci penso proprio.

Il “fesh fesh”, è una polvere di sabbia che si deposita negli avvallamenti e forma una superficie simile al borotalco, sulla quale devi sempre tenere la moto in una leggera accelerazione, cercando continuamente il giusto compromesso tra gas e pesi. Perché se lasci il gas, su quella polvere di sabbia, nell’avallamento, la moto diventa un cavallo imbizzarrito. E dato che non puoi accelerare all’infinito, devi continuamente sperare di essere sul duro quando prima o poi devi correggere il gas, pena il trovarti improvvisamente a remare come un matto, o peggio, il trovarti per terra. In modo che guidare diviene una continua lotta per non dare retta all’istinto che ti porterebbe a chiudere il gas. Nel dubbio, accelerare sempre. E poi correggere il gas dove l’istinto ti suggerisce che lo puoi fare.

Da Fachi all’albero del Ténéré, invece sono “solo” 170 chilometri, ma subito dopo la partenza la vita scompare nel vuoto assoluto. E man mano che il sole si alza scompaiono anche le ombre e la sensazione è quella di galleggiare nel nulla. È un mare senza nessun riferimento, senza nessun odore. E non c’è ostacolo che possa fermare il continuo movimento della sabbia. Ma il terreno è solo appena ondulato, senza avvallamenti pronunciati. E da est a ovest, i cordoni dunari, detti “gassi”, sono distanti.

Alle volte il cordone finisce e lo spazio si allarga, altre volte se ne forma uno. Ogni nuovo cordone inizia sempre uguale e sempre particolare, con una duna tonda. Una specie di chiave di violino che poi si allarga e dà luogo alle altre creste, prendendo spessore. Bisogna comunque tenere una buona velocità per galleggiare, perché la sabbia è sempre terribilmente molle, tanto che mi sono insabbiato più volte. Ogni volta faticando a piegare la moto da un lato, a riempire la buca scavata dal posteriore, prima di raddrizzarla di nuovo, e quindi riaccendere la moto, spingerla in seconda verso una zona di sabbia più compatta, per poi risalire e superare di slancio la zona in cui mi ero insabbiato.

La terza volta che mi sono insabbiato, devo ammettere, sono stato colto dai pensieri più foschi. La moto, per quanto prima di partire mi sia dato il maggior daffare possibile per alleggerirla il più possibile, mi sembrava un macigno. Complice il caldo, che continuava ad aumentare, respirare era diventato faticoso. Persino la mente rallenta in quei momenti. E nemmeno c’era nessun riferimento per tenere una rotta precisa. Tanto che, malgrado guidare nel deserto non lasci spazio ad altro pensiero, anche dopo essere ripartito ho di nuovo pensato, per un istante, che non avrei avuto le forze per farcela una quarta volta.

Dopo le tre del pomeriggio, però, l’aria si è fatta meno rovente. L’albero e il pozzo erano ormai vicini, più vicini di quanto li pensavo. E dunque sono arrivato. Spossato, ma sono arrivato. In un momento in cui intorno all’albero e al pozzo non c’era nessuno. Mi sono fermato, e dopo essermi guardato intorno, ho acceso una sigaretta e mi sono gustato il mio traguardo in una nuvola di fumo, in completa solitudine. Stupito, però, dal sentirmi deluso di non avere trovato nessuno. Stupito di me stesso, intendo. Perché se c’è una cosa che ho imparato è che non soffro lo stare da solo, senza civiltà attorno. Per ore, e anche per intere giornate.

Anche se, fino a poche ore fa, malgrado tutte le paure che mi sono portato appresso dalla partenza e che poi ho raccolto lungo la strada, e malgrado tutta la fatica cumulata con il passare del chilometri, come detto non c’era nulla che mi fosse mancato. Mentre adesso, seduto a guardare nella notte dal davanzale della finestra di una camera d’albergo ad Agadez, il letto che ho accanto, il primo degno di questo nome incontrato negli ultimi dieci, dodici giorni, mi suscita tutta la diffidenza che si deve a uno sconosciuto, e peggio mi sembra quasi una sconfitta, una capitolazione. E quello che mi manca, terribilmente, è invece un tè alla menta, che per i Tuareg è un vero e proprio rito.

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La notte cala quasi all’improvviso nel deserto. E con la stessa velocità scende anche la temperatura. La sabbia perde in un attimo i caldi colori dorati del tramonto per assumere quelli più freddi e pallidi della luce lunare. Il terreno diventa compatto e uniforme. La sabbia sembra illuminata da invisibili luci bianche. Le ombre si allungano nitide. La visibilità è perfetta. Sembra di poter distinguere ciascun granello dall’altro. E la preparazione del tè inizia sempre scavando una piccola buca accanto al fuoco e riempiendola con alcune braci, per poi appoggiarvi sopra la teiera. Quindi si prende una manciata di tè verde. La si versa nel recipiente che viene riempito con un bicchiere d’acqua a testa e poi si aggiunge una buona quantità di zucchero e si lascia bollire il tutto per un po’, mentre si preparano i bicchierini sulla sabbia.

Sono gente strana i Tuareg. E non solo per il loro abbigliamento, o per i loro modi, così diversi da quelli di tutte le altre etnie Peul, Haussa e Arabi, che si incontrano nel deserto. Ma perché in fondo, pur essendo tutti di religione musulmana, dietro a quel loro modo e a quel loro abbigliamento, hanno ben radicato in ciascuno di loro uno spirito conservatore, insopprimibile e irrinunciabile, e vivissimo.

La prima occasione di scambiare qualche parola con alcuni di loro è stata all’oasi di Seguedine, dopo essermi dedicato per tutto il pomeriggio alla pulizia dei getti del carburatore, dei filtri della benzina e del filtro dell’aria. Cioè a quelle attività che sono le più frequenti quando si viaggia da queste parti in moto.

Si sa come succede. Il motore inizia a scoppiare. E nemmeno il tempo di maledire i getti del carburatore che si sono intasati, oppure il filtro della benzina sporco, e si spegne. E allora non c’è altro che mettersi il cuore in pace e iniziare a lavorare per pulire i carburatori e i filtri.

Vicino a Seguedine, ormai necessario un intervento più radicale, ho deciso di fermarmi in quella piccola oasi alla quale si arriva per una dolce discesa tra due piccole falesie, con di fronte il nulla piatto del Tafassaset e lo svettare del Pic Tussidé, cono perfetto, poco più a sud del paese con tanto caldo, tanta polvere e una via principale di poche scarne botteghe che vendono miseria.

Il posto è dolce per la posizione, ma è di una povertà pressoché assoluta. Terribile per l’idea di desolazione che il suo isolamento implica. Al mio arrivo, come sempre, sono stato accerchiato dai bambini alla ricerca di cadeaux, «Messiè, cadò!». Poi, visto il prolungarsi della mia sosta, malgrado fossi in moto e al lavoro per la riparazione degli inevitabili acciacchi cumulati con i chilometri, sono stato avvicinato anche da qualche donna, più per curiosità che per l’effettiva determinazione di vendermi un qualche prodotto dell’artigianato più o meno locale.

I momenti in cui lavori, per come la guida nel deserto richiede concentrazione assoluta, sono i momenti in cui hai modo di pensare. I momenti in cui, inevitabilmente, sale la paura. Di qualsiasi cosa. Anche delle cose più strampalate e impensabili. In modo che lavorare diventa sì pulire filtri e carburatori. Ma anche tenere a bada i pensieri. Con calma, ai ritmi di queste parti, che man mano scendi verso sud si fanno molto più complessi dei nostri. E magari anche evitando di violare il primo aureo comandamento di non appoggiare niente sulla sabbia che inghiotte qualsiasi cosa. Perché, come si dice: «quello che il deserto vuole il deserto prende». E aggiungo: «poi non ti restituisce più».

Cose di poco conto, in realtà. Ma che all’oasi mi hanno attirato l’attenzione di alcuni abitanti e poi di alcuni Tuareg. La gente di queste parti infatti è particolare rispetto a quella del Maghreb. Sono tutti musulmani, ma dicono di non rispettare più di tanto il ramadam e anzi di essere filo-occidentali. Il che, però, potrebbe anche essere, per come, in effetti, non bevono alcolici di nascosto, come fanno, ad esempio, i rispettosi dell’Islam.

Ciò che invece accomuna gli abitanti del Sahel a quelli del Maghreb, è l’assoluta certezza che ciascuno di loro ha, da queste e da quelle parti, della propria onniscenza, anche quando non sa assolutamente cosa stia facendo, e di ritersi comunque e sicuramente più competente di un bianco. Per fatto genetico anzitutto. E poi perché l’Islam, fin dagli albori, afferma che i credenti coranici sono «un po’ meglio degli altri», letteralmente «più alti» rispetto agli altri, come indica l’etimologia del comune nome Farouq.

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Da queste parti, inoltre, ma ovviamente ancor più nel Maghreb, la gente del posto si trova ad avere a che fare per lo più con turisti. Pronti a pagare qualsiasi cifra pur di farsi risolvere anche il più piccolo e insignificante dei problemi. Con il dettaglio che quella che per il turista è comunque una piccola e insignificante cifra, qui magari assicura a una o più famiglie uno spropositato benessere per qualche stagione. Il che ha ingenerato nella gente del posto il diffuso convincimento della assoluta dabbenaggine degli europei e della loro illimitata disponibilità di denaro. In modo che il bianco, per definizione, non solo non si intende delle cose, ma nemmeno ha rispetto per il denaro e neppure si accorge quando viene imbrogliato.

Il concetto di “vacanza”, poi, soprattutto da queste parti, è incomprensibile. Tanto quanto il concetto di viaggio “per svago”. Sicché, quando un bianco dimostra di saper fare qualcosa, ovviamente peggio di come lo farebbero i locali, e soprattutto dimostra di non perdersi d’animo di fronte alle contrarietà, per quanto minime queste possano essere, viene guardato con curiosità, come uno strano animale. Restando comunque inafferrabile all’osservatore il motivo del viaggiare senza scopo pratico, dato che anche da queste parti si viaggia, e molto, ma sempre e solo per stretta necessità o per commercio.

Dopo avere lasciato bollire per un po’ l’infusione, i Tuareg versano il tè in ciascun bicchiere facendolo cadere da una certa altezza in modo da formare sulla superficie una schiuma verdastra. Poi rimettono il tè nella teiera e lo riversano di nuovo, per mischiare gli ingredienti tra di loro. E ripetono la stessa operazione per tre volte.

Il primo tè è il più forte, a ognuno spetta la stessa dose. Poi, riempiono di nuovo la teiera di acqua e zucchero, usando lo stesso tè, e ripetono tutto daccapo per altre due volte, aggiungendo alla fine anche alcune foglioline di menta essiccate che ne aumentano il sapore. Ne risulta una bevanda dolcissima quasi caramellosa, molto gradevole. che provoca un sonno pesantissimo ma di breve durata. Al risveglio, però, si è incredibilmente riposati come dopo una lunga dormita.

All’oasi, ho imparato che il termine arabo «Taqlid», che per quanto ho capito si può tradurre con “accettazione pubblica”, oppure con “tradizione”, si riferisce comunque al modo, tramandatosi nei secoli, di fare le cose, siano esse sacre che profane. Può quindi riferire alla religione, alle abitudini quotidiane, al modo di lavorare, ma ha quasi valenza di peccato quando significa adesione e sudditanza psicologica, passività insomma, verso l’altrui opinione.

Questa cosa del doppio significato che il più delle volte hanno le cose da queste parti è effettivamente difficile e scomoda, e complica non poco la vita a chi è abituato alla linearità del pensiero occidentale. Ad esempio l’Islam, fin dagli albori, è una religione nella quale il nesso tra «organizzazione politica» e «rivelazione sapienziale» è diretto e immediato. E che fin dagli albori non fa mistero dell’ancora più forte nesso tra «esterno» e «interno» della «rivelazione sapienziale», tramandando che Maometto avesse istruito privatamente una dottrina segreta, i «Cercatori della Verità», da cui era circondato in vita.

Di conseguenza nell’Islam, la tradizione ha una duplice essenza, religiosa e metafisica. E si può definire “essoterico” l’aspetto religioso della dottrina, ossia la sua pratica reale, che è l’aspetto più esteriore e alla portata di tutti. Ed “esoterico” il suo aspetto metafisico, che ne costituisce il senso profondo, riservato a pochi. E ben si giustifica l’opportunità di tale distinzione, come scrisse Guenon, poiché si tratta di due facce di una sola e medesima dottrina.

Sebbene, nel Maghreb, per quanto la vita quotidiana scorra modellata sui precetti più esteriori della religione tra gli evidenti lasciti del periodo coloniale e le ancor più profonde radici Ottomane, non vi sia traccia invece, almeno all’apparenza, dello stretto legame che nel Sahel ciascuno conserva con il mondo degli antichi saperi. I quali, non solo nel mondo Occidentale, ma anche nel Maghreb, verrebbero, e anzi sono spesso grossolanamente liquidati come semplici superstizioni.

Ad esempio, che i Tuareg non si separino mai quelle che sembrano piccole custodie da tabacco in pelle, contenenti i versetti del Corano e vari amuleti –  si chiamano cri-cri – che realizzano anche per i cammelli è evidente. Così come è risaputo che nel Sahel i mercanti del Maghreb commerciavano oro, sale e schiavi. Ma i Tuareg considerano invece l’oro portatore di disgrazie. E per questo, realizzano i loro monili e gioielli esclusivamente in argento, che oltretutto è il metallo preferito dal Profeta, in una tradizione che è più complessa di una semplice superstizione.

Sta di fatto che il mio cri-cri, da allora, cioè dall’oasi di Seguedine, è ben incastrato sotto la sella della moto e lì rimane. Anche se non mi riesce mai di credere fino in fondo ai pericoli di un viaggio. Anche se non sono capace di trovare differenze tra il vivere e il viaggiare. Anche se sono consapevole che, piaccia o no, è proprio la paura il vero valore del viaggio, così come della vita e del vivere, con il suo renderci febbrili e porosi al punto che ogni «minima emozione scuote fino al fondo dell’anima e dell’essere».

Balise

Non mi riesce infatti di credere del tutto nei pericoli del viaggio, perché non mi riesce di distinguere il vivere e il viaggiare in due entità separate. L’una, parte dell’altra, che è il tutto, e della quale l’altra è che un elemento, o viceversa. E per questo, finisco per identificare, più banalmente, i pericoli del viaggio con i pericoli della vita, che, con le dovute cautele, non rinuncio certo a vivere, malgrado i suoi alti e bassi, malgrado il dolore, la paura, lo sconforto. Non vi rinuncio se non altro per curiosità. Non vi rinuncio se non altro perché l’indomani, passato il tempo, non avrò più modo di farlo. E nessun modo di tornare indietro.

So che sembra strano, ma il punto è che la vita a me piace da morire. Quella vera, però, di vita mi piace. Quella capace di stupire con la sorpresa di una nascita. Con la sorpresa per ciò che appare per la prima volta al mondo, anche se solo nel mio Mondo. Quella che inizia facendo un passo più in là. E forse perché ho imparato a suonare le percussioni sul metodo di Cozy Cole, che spiegava in modo molto semplice e preciso cos’è lo swing: «Tu puoi camminare tutta la vita con lo stesso passo cadenzato. Tumb, tumb, tumb. Come uno schiavo. Ma a un certo punto ti viene da fare un passo diverso dagli altri, che rompe quella cadenza. Tumb, Tu-tumb. Tumb. Ecco questo è lo swing».

Un passo più in là. Un movimento ampio o breve. «Swing it a little bit», si sentiva dire in un disco a Ella Fitzgerald. «Swing it a little bit». Ed è allora che le cose cominciano ad accadere. È allora infatti che si schiude la porta della stanza e si va oltre il basto di un tempo immutabile. Oltre la promessa che la vita può attendere ancora. Ed è un passo più in là che la vita inizia ad accadere. In maniera più decisa e repentina. Intensa e improvvisa. Con quel gesto capace di prendere le misure e di suggerire il modo di aprire la strada a una felicità inattesa. Non sarà necessariamente un viaggio lunghissimo, specie all’inizio, a portarci dall’altra parte del mondo. Seppure nel tempo sia proprio cosí.

Singolo passo, o movimento, che è anche un perdersi, magari solo per qualche istante. «Let’s Get Lost» era il titolo di un film documentario su Chet Baker. «Perdiamoci», come dicono i tossici. Ma anche il perdersi è un’arte E per questo, come faccio sempre per le cose importanti, anche questa volta non ho detto niente a nessuno.

Tanto più che il segreto, come sanno tutti, è ciò che non si vede. Ma è soprattutto il distillato, l’essenza, di quella parte più profonda e interiore, che si trova nello spirito e nella pratica, che sono congiunte e inseparabili. Anche se spirito, essenza e anima, non interessano niente a nessuno. Perché di spirito, di essenza e di anima ognuno ha già la propria, fatta a proprio modo, e ne ha già un bel daffare per capirla. In modo che, dato che la pratica senza spirito è nulla, di quella stessa pratica senza lo spirito non c’è motivo o ragione di dire nulla. A parte, dopo l’avere fatto, il resoconto di ciò che è stato fatto, a chi vuole rifare. Ma solo perché, com’è fin dai tempi dei diari dei navigatori, utile a fare da punto di partenza ad altri.

Volevo arrivare al famoso albero del Ténéré. All’oasi dell’Albero del Ténéré. Il primo (e unico) punto d’acqua per chi attraversa il Ténéré da Est a Ovest dopo la partenza da Fachi. Il punto che segna la fine del tratto più difficile della traversata, quello in cui non esiste alcun punto di riferimento per tenere una rotta precisa. Il luogo di incontro per tutte le carovane che arrivano dalle saline di Fachi. A quello che, per tutti, quelli che attraversano il Ténéré da Est a Ovest è comunque il traguardo. E ci sono arrivato. Dunque è possibile farlo.

Mi rimangono nella memoria gli interminabili altipiani di sabbia coperti di felci, i lunghi e infiniti sterrati pietrosi, il riverbero del sole, forte, con il caldo che continua ad aumentare che sembra di essere in un forno, mentre anche respirare diventa faticoso e soprattutto la continua lotta per non dare retta all’istinto che ti porta a chiudere il gas. Ma anzi, nel dubbio ad accelerare sempre.

Mi rimane nella memori a l’adrenalina, che non ti fa sentire la stanchezza dei chilometri che ti consumano piano piano, e la concentrazione, che mentre guidi non ti permette di startene da solo con i tuoi pensieri, e rende il viaggiare da queste parti differente da quello che è viaggiare a qualsiasi altra latitudine. E infine il cielo del tramonto. Ogni volta una limpidezza profonda. Giallo pallido, freddissimo. Mentre il vento freddo che si leva al crepuscolo, accentua, l’impressione di straniamento che il deserto cagiona sin dal principio.

Djado

Insensato descrivere le sensazioni e le emozioni vissute, poiché dal contatto che ognuno di noi ha con la natura dalla quale si trova immerso ricava le sensazioni e le emozioni più intime e personali. Tanto più che nel deserto, proprio come in mare, anche se nel deserto non c’è rumore, nemmeno quello dello sciabordio delle onde, e anche se nel deserto non c’è odore, nemmeno quello della salsedine o delle nuvole cariche di pioggia, la solitudine possiede colori intensi, violenti, ma sempre caldi, che non hanno niente in comune con quella specie di grigiore, che chiunque tocca tra la folla indifferente, che va di fretta.

Ingenuamente, invece, mi aspettavo un po’ più di vita all’oasi dell’Albero del Ténéré. Forse perché è il traguardo per tutti. Forse perché era il mio traguardo. E invece nulla. Vero che non è stagione di carovane, mi sono detto. E così, prima di ripartire, mi sono acceso un’ultima sigaretta e ho ricominciato a guardarmi intorno. A guardare il pozzo. A guardare il simulacro dell’albero. A guardare gli scheletri dei cammelli. A guardare la moto, capace di portarmi fino a qui, con il suo “cri-cri” ben saldo sotto la sella.

Fin quando, terminata la sigaretta, dopo averla spenta ho rialzato lo sguardo, e in lontananza mi è sembrato di vedere una piccola fila compatta, sulla quale mi sono soffermato a lungo, consapevole che nel deserto, proprio come accade in mare, e ancor più di quanto accade in mare, l’occhio non ha comunque i consueti riferimenti con i quali misura gli oggetti e le distanze secondo i parametri con i quali ha imparato, ed è abituato, a farlo. Per cui dalle distanze è continuamente ingannato.

Sarà che nella prima parte del Ténéré tutto è monocolore, in modo che quando il sorgere del sole cambia i colori e le sfumature, passa dall’ocra al rosato o al beige oppure al grigio, ma ogni cosa è sempre uguale all’altra, e tutte cambiano colore tutte insieme. Sarà che Tenéré significa «il nulla» e cioè niente si muove, nessuna forma di vita per chilometri e chilometri, non un arbusto, non un animale, neppure i soliti insetti che vivono nella sabbia, nemmeno una mosca che vola, e nemmeno le onnipresenti formiche. Ma ho aspettato.

Finché ho iniziato a distinguere i cammelli e poi gli uomini. Era una piccola carovana che avanzava in direzione del pozzo. Spuntata da chissà dove. Gli abiti blu e neri hanno iniziato a risaltare sullo sfondo color ocra della sabbia, mentre tutti avanzavano con un ritmo costante. E poco dopo intorno al pozzo, per quanto piccola fosse la carovana, regnava una gran confusione. I cammelli sentendo l’odore dell’acqua, diventano irrequieti. E il cigolio della carrucola che porta l’acqua in superficie fa da sottofondo allo strepito degli animali e alle chiacchiere degli uomini, che a turno cercano di tenere i cammelli lontani dal pozzo.

Alcuni di loro mi fissano attraverso le pieghe dei turbanti color indaco, prima di tornare a quello che stavano facendo, continuando poi a lanciarmi occhiate di traverso. A maggior ragione adesso, li guardo con ammirazione. Non seguono piste, non hanno bussole o carte. Quello che io ho fatto in moto in una giornata, una volta e senz’altro con l’aiuto di una buona dose di fortuna, loro lo fanno a piedi, per tutta la vita, trasportando sale.

Poi, due di loro si staccano dal gruppo e vengono a chiedermi se ho delle sigarette. Mentre prendo il pacchetto dalla tasca do una rapida occhiata sulla sabbia per vedere se ho lasciato qualche mozzicone a vista. Porgo loro il pacchetto e quindi, poiché di sigarette ne hanno presa una a testa soltanto, porgo loro nuovamente il pacchetto, facendo segno di prenderne ancora. Di nuovo però, malgrado la mia disponibilità, ne prendono una sola a testa. Finché, presa la terza, prima che io possa ripetere per la quarta volta il gesto, mi salutano con quel loro gesto tipico che ho imparato a Seguedine.

Dal pozzo in poi, procedendo verso ovest, il viaggio è ancora lungo. Prima di raggiungere Agadez ho dovuto fare tappa nei pressi della falesia di Tiguidit. Ma con il massiccio dell’Air a offrire sicuro riferimento all’orientamento e con il terreno che cambia è tutto un altro viaggiare. Avvicinandosi al pozzo si iniziano a trovare dei ciuffi d’erba che hanno la consistenza di pietre, sui quali bisogna evitare di passare. È l’«herbe a chameaux» dalle radici profondissime. E superato il pozzo, continuando verso ovest, si incontra anche della vegetazione. Qualche albero di acacia spinosa cresce tra la sabbia e i cespugli di erbe secche. Le bianche spine degli alberi, durissime ed acuminate, riescono a forare persino i pneumatici delle automobili. Finché si incontrano altri alberi isolati, questa volta veri. E quindi, a ridosso di Agadez, «La Porta del Sahara», si torna addirittura a correre sull’asfalto.

Agadez 03

Asfalto, traffico, addirittura qualche motorino che sfreccia, Agadez, è una cittadina abbastanza grande (per quello che sono gli insediamenti sahariani, si intende), ricca e quasi cosmopolita con le sue strade affollate di Tuareg, Peul, Haussa, Arabi e persino da qualche europeo. Ciascuno intento nei propri rispettivi traffici, che è meglio non approfondire, perché il mercato, nel quale tradizionalmente passavano, e si scambiavano, buona parte delle ricchezze del Maghreb e del Sahel, qui si anima nelle prime ore della giornata e poi all’imbrunire. Ma il commercio continua a ogni ora.

Nelle strade di Agadez, però, e persino in quelle più anguste del centro storico, non si respira quella torrida atmosfera da crocevia di traffici loschi per loschi trafficanti palpabile a Dirkou. E nemmeno si respira l’atmosfera del Maghreb, della vita che scorre affrettata e rumorosa, modellata sull’aspetto religioso più esteriore, tra i lasciti del periodo coloniale e le ancor più profonde radici Ottomane.

Ad Agadez si va a piedi fra le stradine polverose del vecchio quartiere, “scortati” da decine di guide improvvisate che vogliono rendersi utili e guadagnare qualche soldo. Ci sono le belle facciate di case sudanesi decorate con motivi geometrici, fregi e disegni haussa dei ricchi commercianti. La vita scorre composta, scandita dalle figure dei Tuareg che si differenziano per l’altezzosità e l’eleganza del loro incedere che denuncia la loro intima certezza di essere ancora oggi i Signori del deserto. E c’è persino la casa dove un paio di anni fa Bernardo Bertolucci ha girato le scene del film “Il tè nel deserto”:

«Una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno. Luogo oscuro e punto di passaggio verso il riposo. Tendi la mano, trapassa il fine tessuto di questo cielo protettivo, riposa». Da domani si torna verso Nord

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