Meanwhile in Spain

 

I viaggi (dicono), non iniziano, né finiscono. Cambiano forma, semmai. Perché sono tutti uno. Dallo scalpiccio dei passi tra le pozzanghere dei marciapiedi lucidi di pioggia, a questo mare di girasoli sotto il cielo azzurro terso, striato la sera d’arancione come la sabbia arrossata d’argilla dell’Erg. Rossa come A-dam, l’uomo rosso, ho protos anthropos, il primo, fatto di polvere, psychen zosan, tra le dune increspate dal vento, che si allontanano come le onde del mare, blu, con la spuma che sale a dissolversi nell’aria, come le note di una qualsiasi melodia, che scivola sul tempo scandito solo dal quieto martellare di questi due pistoni grossi come fiaschi, pescando, chilometro dopo chilometro, nel mare di istantanee, di ritagli e di fogli sparsi nella memoria.

La Spagna, non che abbiano bisogno di pubblicità da quelle parti, gode di ottima reputazione turistica. È «alla moda», stuzzica l’immaginazione romantica e anche quella più festosa, da divertimentificio. Ciò che vale la pena sapere della sua storia può essere elencato in un paio di tomi dell’Enciclopedia Britannica, o in un intero scaffale di guide turistiche. Le sue località balneari sono il fiore all’occhiello della civiltà commerciale, in modo che ogni anno i turisti che affollano la Spagna superano di gran lunga quelli di qualunque altra destinazione del Mediterraneo – il che, se fosse necessario, mostra quanto poco valga l’immaginazione romantica contro un albergo a buon prezzo e la convinzione che il mare e il divertimento giovino alla salute.

Sicché mi conforta essere finito in questo altipiano sprofondato tra i girasoli, con nient’altro che il giallo dei girasoli intorno. Attraverso tutti colori del giallo, che ormai, per quanti sono, ne ho perduto il conto. Lungo il sottile nastro grigio che, di quando in quando, accenna a qualche ondulazione e mai a una curva, ostinandosi a dividere i girasoli fino a scomparire inghiottito dall’Orizzonte. Attraverso tutti i colori del giallo, come giallo è l’oro dei pomi delle Esperidi custoditi da Ladone. Il mostro dalle cento teste, gemello del drago senza nome custode del Vello d’Oro, nello stomaco del quale dovette calarsi Giasone, come Giona nel ventre della balena, per recuperare il Vello donato da Ermes, accompagnatore delle anime dei morti, spirito del passaggio e dell’attraversamento.

Giallo, come i girasoli e lo zafferano che qui imperversano a ogni portata, e che se rallenti il ritmo da quel giallo ne sei ancora più avvinto e sprofondato. Anche se in moto puoi sempre accelerare. Sebbene, in fondo, a parte l’intensità del vento, non cambia poi granché. Perché, per quanto lontano continua a rimanere l’Orizzonte, non lo si raggiunge mai. E il motociclista è nello stesso tempo l’allegro e sfrenato frequentatore di un parco di divertimenti e il più attento e scrupoloso dei saggi. Perché guidare una moto, anche in mezzo a un mare di girasoli e nient’altro, significa vivere a metà tra un’atmosfera di vacanza e un terribile senso di responsabilità, preda dei propri pensieri.

Ognuno infatti viaggia perché ricerca quello che gli serve. Qualcuno mosso dalla curiosità. Altri per l’interesse di conoscere. Con la prospettiva di tornare arricchito e migliore rispetto a prima. Pochi, pochissimi, invece, perché «vogliono solo partire». Per stare lontano “da”, e per essere lontano “da”. Non come rifugio e comoda evasione, si intenda. Ma come fonte di ricchezza e di scoperta. Benché di quella muta eloquenza della “Gerusalemme liberata” (canto IV, ott. 85), che recita: «E ciò che lingua esprimer ben non puote, Muta eloquenza ne’ suoi gesti espresse». Perché da sempre non c’è concreta alternativa, se non quella di tacere e agire attraverso il silenzio, tanto più eloquente quanto più silenzioso.

Tempo fa, ad esempio, (dicono) che su questo altipiano sprofondato tra i girasoli si aggirasse, irriducibile, Alonso Quijana, cercando somiglianze tra le parole e le cose. E (dicono) non si fosse accorto Alonso che, per quelle somiglianze che cercava, non c’era già più spazio nel Mondo di allora. Perché Ovidio racconta della ninfa Clizia, che innamorata di Apollo non faceva altro che guardare il suo carro volare nel cielo, e così, dopo nove giorni, si trovò trasformata in un girasole. Ma (dicono) che il girasole sia arrivato in Europa dopo la scoperta delle Americhe. E pure (dicono) che Alonso fosse pazzo. Ritenuto pazzo dal mondo che non lo capiva, e che non capiva il senso del suo andare in cerca.

Dio, però, (dicono) sceglieva le cose pazze per svergognare i sapienti e sceglieva le cose che non erano, per ridurre al niente le cose che erano, o che sembravano essere. Quindi poco importa, che in verità questo altipiano non sia esattamente la porzione di terra tra Barcellona e Saragozza (che è un bel po’ più a Est da qui), nella quale (dicono) si aggirasse Alonso. E nella quale, invece dei mulini a vento, ho trovato gli scheletri del “Desarollo”. La stagione degli esperimenti degli insediamenti industriali dei tecnocrati legati all’Opus Dei.

Così come non importa che la Mancha, da dove (dicono) Alonso fosse partito, sia un bel po’ più a sud di qui. Oltre questa infinita distesa di girasoli, punteggiata da una qualche enorme e rara silhouette di un toro da corrida a interrompere la monotonia del paesaggio. Perché nulla impoverisce di più del descrivere le cose per quel misero rendiconto di linee e superfici che sono. Senza cercarne le segrete «corrispondenze», il senso ultimo, la lieve e aerea risonanza. Significa limitarsi a duplicarle, inutilmente.

Di quando in quando il vento accarezza la distesa di girasoli scrivendo come sull’acqua. E non appena si prende una pausa, salgono dal motore vampate di tubi roventi e di olio liquefatto, che precipitano l’immaginazione in fondo a quel groviglio di tubi che costringe l’aria dal cielo infuocato al misterioso alveo incendiato dagli scoppi, dove tutto ha inizio, così come tutto ha inizio nella Libertà. In modo che il turista consuma la propria vita, il viaggiatore la scrive, ma ciò che vuole il lettore è leggersi. E non c’è anima che sia sperduta nel mondo. Perché il mondo intero è come rinchiuso in noi stessi. Nello spazio in cui si sedimentano i ricordi o si colgono le risonanze e i veri significati delle cose, le loro impalpabili equivalenze. Nell’anima e nella coscienza. A condizione di averle, però.

«La ricerca del presente perduto; la ricerca della verità melodica di un istante; il desiderio di captare questa verità fuggevole; il desiderio di penetrare così il mistero della realtà immediata che abbandona di continuo le nostre vite, facendone in tal modo la cosa meno conoscibile di questo mondo. Lo scopo di Janáček era di catturare con precisione scientifica quegli effimeri momenti acustici, quelle espressioni del pensiero e delle emozioni umane. Anche se Janáček era conscio del fatto che le melodie del dialogo diventano distorte e trivializzate (banalizzate) una volta trascritte. È come se si asciugassero e perdessero la loro spontaneità, scriveva.

Il suo obiettivo era quello di dare al dialogo una forma materiale che lui avrebbe poi potuto catalogare e consultare ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno. La sua ricerca sulla melodia del dialogo era in realtà un’esplorazione dell’animo delle persone. Ma le trascrizioni, per forza di cose, privavano le melodie del dialogo della loro segretezza, diventando fredde annotazioni musicali». Perché la realtà, tutta la realtà, si trasferisce nell’alone spirituale che l’avvolge, e l’illumina: «Il giardino in cui siamo vissuti da bambini, non c’è bisogno di viaggiare per rivederlo, basta, per ritrovarlo, scendere al fondo di noi stessi» e i veri paradisi non sono quelli che ci attendono, bensì quelli perduti, ma sempre vivi nella memoria.

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