Endurer, Endura, Enduro?

La strada sale piano, curva dopo curva, e ogni volta scompare nel fitto del bosco. Umido, fresco, igrofilo, buono per i funghi, si direbbe dal profumo che emana, che più o meno la stagione è giusta. E c’è ancora un pezzettino di luna da guardare stanotte. Insieme a tante, tantissime stelle che brillano in cielo, nell’aria cristallina e pungente.

Il Sabarthez è una contrada montagnosa, nel sud della Francia, incastonata nei Pirenei e disseminata di grotte, ai piedi delle quali scorre il fiume Ariège. Attraversata, secolo dopo secolo, da popolazioni celtiche, iberiche, visigote.

Un passaggio obbligato tra la Francia e la Spagna. «Un vero libro segreto di storia altrettanto segreta», dicono i libri di storia e le guide turistiche, al quale ogni volta mi capita di arrivare per una strada diversa. Una volta addirittura scendendo i Pirenei dalla Spagna, lungo la strada che ora sto percorrendo in senso opposto.

O almeno, lungo quella che dovrebbe essere la stessa strada. Perché insieme agli ultimi fanali che ho incontrato, fiochi come quelli delle macchine di campagna che vanno lente, il buio si è portato via anche i cartelli stradali. Mentre il bosco si è portato via tutte le lucine che sfilavano veloci sul margine. Lì, dove scorre il Tempo, e dove ci si ritrova prima o poi sempre nello stesso posto.

Custode delle alte cime del Sabarthez è Tarascon-sur-Ariege. Un paesone piuttosto che una cittadina, da non confondere con la quasi omonima Tarascon Bouche-du-Rhône, una cittadina invece che un paesone in Provenza, tra Avignone, Arles e Nîmes, patria dell’una volta celebre Tartarino di Tarascona, protagonista dei fortunati romanzi di Daudet, che da più di mezzo secolo non legge più nessuno, ma che all’epoca della pubblicazione, per quel ritratto della comunità provenzale e del protagonista ispirato al cugino di Daudet, era valso all’autore qualche minaccia di morte, oltre alla sempiterna indignazione dei suoi concittadini, fino a che il successo planetario dei romanzi aveva sistemato ogni cosa.

Incastonata nel Sabarthez, ai piedi delle grotte di Niaux, Tarascon-sur-Ariege molti secoli fa era il crocevia dei sentieri percorsi in file silenziose dai Catàri, ai quali oggi deve la sua notorietà. Oggi conta due chiese, tre ponti, una torre medioevale sulla quale in tempi assai più recenti è stato apposto un orologio e stranamente nessuna delle targhe, immancabili in Francia, che attestano il passaggio e il pernottamento di Napoleone Bonaparte persino nel più sperduto e remoto dei villaggi francesi.

Forse perché da queste parti Napoleone, invece di Bonaparte, è anzitutto Napoleon Peyrat, detto «il Michelet del mezzogiorno». Pastore protestante autore della «Storia degli Albigesi». Epopea cavalleresca dedicata al martirio degli Albigesi e alla critica dell’oscurantismo e della tirannide, che in piena Restaurazione suonò il cosiddetto «risveglio cataro», che suscitò l’interesse, e quindi le esplorazioni e le speculazioni, degli esoteristi e degli occultisti britannici e tedeschi attirati in queste zone dai catari, da Montségur e dal Santo Graal.

Jules Michelet invece è l’autore della monumentale «Storia di Francia» in 19 volumi. Un romanzo più che un trattato di Storia, redatto con l’idea di mostrare al lettore la progressiva affermazione della libertà nel sistema istituzionale francese come risultato di un unico percorso intrapreso e realizzato poiché trasmesso fedelmente di generazione in generazione. Al punto che Hippolyte Taine accostava il trattato di Michelet alla «Comédie humaine» di Balzac, anch’essa prodotto di un complotto ordito dall’autore. C’è insomma molto di romanzato in quei 19 volumi di «Storia di Francia», così come in «Storia degli Albigesi» e in ciascuno dei luoghi del Sabarthez, ormai.

Montségur, ad esempio, rappresentava, e tutt’ora rappresenta, la parte visibile del fenomeno cataro (“il faro” del catarismo), si è trovata caricata nel tempo di leggende sul Graal, di Gnostici, Templari, Rosacroce, anche complice la relativa vicinanza di Rennes le Château, meta di migliaia di amanti del mistero e cercatori di tesori, capace di scatenare ancor più intriganti fantasmagorie. E quindi in tempi più recenti di Druidi e druidismi.

Ma nemmeno la rete di gallerie sotterranee tra le grotte del Sabarthez (“il porto” del catarismo), matrice delle pratiche iniziatiche dalla quale nasceva il sacerdozio cataro, la cosiddetta “perfezione”, è passata indenne dalla curiosità, dalle esplorazioni e dalle speculazioni di occultisti, esoteristi e amanti dei misteri.

Si narra, ad esempio, che negli anni ’30, durante un’escursione, il tedesco Otto Rahn urlò ad Antonin Gadal, uno dei maggiori studiosi dell’Epopea Catara che gli faceva da guida: «Lei ha la fortuna di abitare un mondo a parte. Tutto qui sembra congelato dalla storia, e in questa valle cesellata da giganti, basta guardare per essere trasformati e, soprattutto, per comprendere quello che è successo. È tutto scritto. Il Sabarthez è un grande libro, il più bel libro del mondo».

Appassionato di mitologia germanica, Rahn sosteneva che il trovatore Guiot di Provins avesse passato a Wolfram von Eschenbach il tema di «Parzival», dando così vita a un complesso poetico che sfuggiva la teologia cristiana, presentandosi invece come un sapere alternativo e arcaicissimo.

L’origine iranica della saga di Parsifal, intuita da Rahn, è stata recentemente provata. Ma Rahn era soprattutto convinto che i catari fossero stati i custodi del Graal. E che Montségur fosse in realtà il castello di Munsalvaesche, nel quale, secondo il mito di von Eschenbach, era custodito il Graal, che Rahn, invece di una Coppa, riteneva fosse una pietra. Lapsit exillis. Lo smeraldo di Lucifero.

Il terzo occhio risplendente precipitato sulla terra, che Rahn pensava i catàri superstiti dal massacro di Montségur, avessero nascosto in una qualche grotta del Sabarthez e più probabilmente nelle grotte di Ussat-Ornolac. E dunque Smeraldo di Lucifero, simbolo del cristianesimo delle origini, attraverso il quale, secondo Rahn, si sarebbe realizzato il sogno di un’Europa unita e multiculturale sotto l’egida del catarismo.

Antonin Gadal, invece, seguiva tutt’altro scopo. Dio era già morto da tempo, in quegli anni. Sopraffatto dai progressi della scienza e poi definitivamente annientato nelle trincee della Prima guerra mondiale.

Gadal, però, nel corso delle sue ricerche sui catari, aveva dovuto riconoscere quanto i concetti originali del Cristianesimo, fondati sulla purezza, l’amore, la rinascita dell’anima, la santificazione e lo Spirito, erano stati lentamente sovvertiti, adattati al desiderio di potenza della Chiesa e resi conformi al mondo, che poi, secoli dopo, aveva superato Dio, decretandone la sparizione, ma non l’idea di una religiosità.Alla quale Gadal si proponeva di rivelare il volto nascosto e puro di un Cristianesimo vissuto come un cammino d’iniziazione, da uomini e donne afferrate nella loro anima dallo “Spirito Cristico”. Con questo suo proposito Gadal perfetto esempio di profeta moderno. Il quale, non potendo annunciare il futuro come facevano i profeti del passato, spinge i superstiti ad allontanarsi dalle rovine fumanti del presente per incamminarsi non già verso il futuro, ma verso qualcosa che c’era.

Oggi, insomma, così come Lourdes vanta, tra le altre, una propria pizzeria “Padre Pio”, anche Tarascon-sur-Ariege, benché priva di targhe che attestano il passaggio e il pernottamento di Napoleone, vanta un proprio ristorante intitolato “Le Cathare”, nel quale, ammetto, malgrado le raccomandazioni non ho avuto cuore di avventurarmi, situato nei pressi dell’ampio parcheggio per bus, a pochi chilometri dal McDonald’s di Foix, nel quale ci si imbatte arrivando dalla strada del McDonald’s di Montségur.

Foix è il paese della perfetta catara Esclamonde de Foix, la cui figura, secondo l’interpretazione data al «Parzival» da Rahn, è celata da von Eschenbach nel personaggio di Repanse de Schoye. Da lì, per raggiungere “Le Cathare”, bisogna proseguire sullo stesso lato del fiume Ariege, sul quale, poco dopo il parcheggio per gli autobus, si raggiunge Ussat-les-Bains, dove negli anni ’30 era collocata la piccola pensione che Rahn aveva preso in gestione per svolgere indisturbato le sue ricerche e avere anche una modesta fonte di guadagno fino al ritorno in Germania, al successo di “Crociata contro il Graal” e alle attenzioni dell’occultista e Standarten Führer delle SS Karl Maria Wiligut, più noto con lo pseudonimo di Weisthor, che gli erano valse l’arruolamento nelle SS col grado di Unterscharführer e quindi il patronato e i finanziamenti dell’organizzazione, per la quale aveva compiuto ricerche genealogiche, missioni conoscitive e acquisti di reliquie per Heinrich Himmler, prima di essere promosso Untersturmführer e inviato al campo di concentramento di Dachau ad addestrare reclute.

Intanto, superato ormai da molto Ussat-les-Bains, la strada continua a salire. L’aria cristallina è sempre più pungente, tanto da farmi ormai apprezzare il tepore che sale dal motore che mi intrattiene con il rumore dei suoi due pistoni che imperniati sullo stesso perno di biella menano colpi irregolari. In cielo sono rimaste solo le stelle. Il pezzettino di luna che prima vedevo fisso davanti al parabrezza, per come la strada ha girato intorno alla montagna ora non si vede più. E complice il buio, nemmeno ho visto l’ombra delle numerose grotte di Ussat-Ornolac, che costellano la parete della “montagna sacra” e formavano la rete di gallerie sotterranee fondamentale nelle pratiche iniziatiche dei catari.

Il cielo, però, di tanto in tanto si azzurra di bagliori che fanno delle cime degli alberi un merletto. Sono i fuochi d’artificio che sparano a fondo valle. Non ne sento il rumore, ma salgono, galleggiano per un istante nell’aria e si aprono come fiori che si chinano a guardare giù, prima di svanire nel buio in cui si perde anche il rumore del motore che tutto sovrasta e spinge tranquillo.

Si fa festa, dunque, in fondo alla vallata, da qualche parte. Il mondo si nasconde e si maschera di buono. D’altronde, come recita il volantino della Pro Loco di Tarascon-sur-Ariege, oggi il passato e le tradizioni ancestrali del Sabarthez, sono confluite tutte nella gastronomia. Nei piatti tipici «ereditati dai tempi antichi e nei prodotti artigianali dai sapori autentici, ancestrali». Nel vassoio dei formaggi, che siano di capra, vacca o pecora, davvero allettante. Nella tomme dei Pirenei, che nasce nelle cantine dei formaggi dell’Ariège, o nel fromage de Laguiole elaborato secondo metodi ancestrali in Aubrac. Insieme al servizio di narratori locali che la Pro Loco rende disponibili per allietare passeggiate o serate gastronomiche.

Tanto più che spesso, da queste parti, il peccato di gola assume forme insolite. Occorrono infatti ore di lavoro per preparare sul fuoco a legna un gâteau à la broche [dolce allo spiedo]. E dunque nell’attesa niente di meglio della tradizione orale dei Pirenei Ariege per intrattenere nelle calde serate e nelle passeggiate guidate.

Guglielmo Belibasta, al tempo dei catari, da queste parti predicava che «non c’è altro inferno se non questo mondo visibile». Poi è toccato a Burgess osservare che i contemporanei sono «posseduti dal demone della frivolezza» e nessuno come Flaubert, in Madame Bovary, ha afferrato meglio il prevalere degli oggetti, la dittatura delle cose.

Ma nessuno come Dostoevskij ha saputo cogliere la preoccupazione più assillante e tormentosa degli esseri umani, fintanto che rimangono liberi. Trovare al più presto qualcuno da venerare, ma qualcosa di inconfutabile, però. Tanto inconfutabile che tutti acconsentano immediatamente a venerarlo insieme. Perché la condizione essenziale è che sia assolutamente tutti insieme.

Qui invece, curva dopo curva, come osservava Otto Rahn, la realtà è immobile, pietrificata. Sulla strada, nessuno. E per molto tempo, forse, non passerà nessuno.

La “montagna sacra”, con la sua rete di gallerie sotterranee, è superata da un pezzo. L’uomo è sempre più intorpidito dall’aria cristallina, fredda ormai, prima ancora che pungente. E il momento è quello in cui le preoccupazioni non dipendono più dalle tempeste, dai venti o dalla polvere, ma dai battiti sospetti dei pistoni, dalle idiosincrasie dell’olio, dai pneumatici e dal pensiero di una foratura, che proprio non mi ci vedo fermo ai margini della strada in questo deserto.

Rahn, ad esempio, due mesi dopo avere ottenuto il congedo dalle SS, verrà ritrovato cadavere da alcuni bambini sulle montagne nei pressi di Söll, nel Tirolo austriaco. Seduto per terra, con le spalle appoggiate alla roccia, in avanzato stato di decomposizione, avvolto dal cappotto come una coperta e con due boccette semivuote accanto.

I catari, insegnavano che tutto ciò che cade nel “divenire terrestre” ha sempre la possibilità di ritrovare il cammino della Perfezione. Persino Lucibello. L’arcangelo caduto, il “Grande Imitatore”. Il potere contingente che non crea, ma che trasforma il mondo in un’immagine grossolana e terrestre del Mondo perfetto e celeste.

Fin dalla adolescenza Rahn aveva nutrito il suo immaginario con il mito del Graal, e di un regno dello spirito e di una società di puri e di idealisti. Vero che appena indossata la divisa delle SS, aveva confidato all’amico Paul Ladame, «Mio caro Paul, si deve pur mangiare!». Ma non era un “nazista per caso”, e nemmeno un “niente affatto nazista”, come la storiografia si è affannata a sostenere.

Era amico di Hans Peter des Coudres, curatore della biblioteca di Wewelsburg. Era in stretti rapporti con Kurt Eggers, editorialista dello “Schwarze Korps”, la rivista ufficiale delle SS. Lavorava con Wiligut, studioso di runologia, ideologo dell’esoterismo nordicista. Karl Wolff, braccio destro di Himmler, vergò il suo annuncio mortuario. Ma a Dachau, dove aveva inquadrato le reclute delle SS, gli internati omosessuali portavano cucito sulla divisa un triangolo rosa, e Rahn era omosessuale.

Gadal ripeteva spesso che: «Il sentiero dell’iniziazione non è soltanto un’immagine, e non è portandoci il fuoco che la porta si apre». Poi, ricordava: «Voi avete un compito da assolvere; voi dovete mostrare quello che l’umanità ha perso da secoli».

L’idea era attraversare il Parco Nazionale fino al Portet d’Aspet e poi entrare in Spagna da Fos, costeggiando la Garonna. Ma non voglio nemmeno pensare di avere preso una qualche svolta di troppo e trovarmi a scendere prima o poi verso Saint Girons, che vorrebbe dire essere tornato indietro. Per cui tengo duro.

D’altronde, là dove numerosi occultisti o speculatori volevano forzare la porta del segreto, «endurer» (tollerare) comprendeva il valore dell’«endura», parola catara che si riferiva al processo di purificazione fisico, psichico e spirituale al quale si sottoponeva colui che cercava lo Spirito Vivente.

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