Atti Rivoluzionari

 

C’è stato un tempo in cui andare in moto era un Atto Rivoluzionario. Semplice, puro, diretto. Libero da qualsiasi bandiera e da ogni questione di classe. Rivoluzionario come oggi non è più e come oggi non può più essere. E non perché le moto, oggi, siano diverse da quelle di allora. O perché oggi sia diverso il Mondo. Ma perché a quel tempo, le parole avevano altri significati. E differenti, quindi, erano le possibilità.

Oggi tutto è rimasto più o meno uguale. Ma, immagini a parte, è rimasto poco di allora. Nel tempo, i segni che alcune generazioni avevano creduto eterni, si sono trasformati. Perché, piaccia o no, per le motociclette e i motociclisti vale il detto dei piloti di idrovolanti di Porco Rosso: «Quelli bravi muoiono tutti». E le giovani generazioni accolgono ciò che gli viene proposto, come una norma che c’è sempre stata. Come un dato di fatto. «Non si può avere nostalgia di un mondo che non si è mai conosciuto».

In modo che, oggi come ieri, anche se le moto sono piene di elettronica e si guidano con il casco omologato (e presto si guideranno con l’abbigliamento omologato), l’andare in moto, per ogni motociclista, ciascuno a suo modo, continua a essere sempre lo stesso “andare da un luogo all’altro”. Sia poi questo il bar sotto casa, o qualunque altra meta, non fa differenza.

Perché i luoghi, oggi come ieri anche quelli più sperduti, continuano a essere non soltanto Geografia, ma interazione. Più o meno quello che già i Toltechi chiamavano «Tonal». Il frutto di interazioni intessute nel Tempo (dettato) e nello Spazio (dato), da persone (che poi persone vuol dire “maschere”) più o meno “istituzionalizzate” e più o meno assuefatte al Tempo (dettato), allo Spazio (dato) e alle Parole.

E l’andare in moto, qualunque sia la moto e qualunque sia la destinazione, per ogni motociclista ciascuno a suo modo continua a essere la scelta autonoma di porsi agli antipodi del concetto di moltitudine. Come è stato fin dall’inizio della motocicletta, e irrilevante che poi si finisca davanti a un bar, a girare nella piazza principale del paese o lungo le piste dell’Erg.

La motocicletta, infatti, quando è comparsa sulle strade è stata subito considerata una minaccia per la comunità, un pericolo per la salute pubblica. Lo strumento di “temerari” che per il fatto stesso di guidarla, ostentavano sprezzo del più sacro dei pilastri fondanti il vivere comune: la sicurezza. «Al di fuori» di un vivere civile nel quale l’opzione della scelta autonoma conduceva di per sé a un inevitabile sentiero di esclusione.

Temerari che, peggio, si mostravano in profondo rapporto con la libertà. In astratto una bellissima parola, la libertà. Ma in concreto la facoltà di scegliere, in maniera autonoma, secondo imperativi che trascendono la contingenza, le convenzioni e il calcolo. Liberi dalla paura che scegliere in modo non conforme precluda il raggiungere, o il mantenere, qualcosa considerato importante nella comunità, considerato importante dagli altri.

Temerari per i quali, fin quando la parola «rivoluzione» ha indicato la rottura con le regole e i microcosmi del tempo (dettato) e dello spazio (dato) qualunque essi fossero, persino la Morte era considerata una possibilità. Una possibile via d’uscita da un mondo e da luoghi, da microcosmi di tempo dettato e spazio dato, che nulla avevano da offrire.

Al tempo in cui la parola «rivoluzione», ancora prima di rottura con le regole e con i microcosmi era revolvere. Ritorno nello stesso punto. Ciclico ripristino di condizioni precedenti. Nuovo punto di partenza, in un mondo che, insieme alla sicurezza, aveva tra i suoi pilastri fondanti la fede nel progresso, nella novità, nel successo e il denaro.

Temerari con il teschio, simbolo dell’impermanenza e della trasformazione, ma simbolo anche dei Pirati. I quali, nell’iconografia tradizionale erano sempre raffigurati mentre seppellivano il tesoro, mai mentre lo estraevano o se ne impossessavano. Perché il pirata, in realtà, non mirava ad acquisire la ricchezza. Non se ne faceva niente della ricchezza. Anzi, le ricchezze le seppelliva proprio perché non circolassero più.

Oggi, però, la saga del pirata Jack Sparrow chiama ogni volta il protagonista a “ritrovare” tesori o pezzi di ricchezze. A riesumare ricchezze, e a rimetterle in circolazione, invece che seppellirle perché non circolino più. Così come la sicurezza oggi non è più consapevolezza dei propri limiti e salvaguardia della altrui incolumità, ma è osservanza dei precetti dettati delle autorità. E la parola «rivoluzione» non è più utilizzata per indicare la rottura (delle regole) e l’uscita dal tempo (dettato) e dallo spazio (dato), e tanto meno l’ancor più antico revolvere, il ritorno, di un tempo. Ma è utilizzata per individuare per un passaggio interno allo sviluppo della tecnologia (quale, ad esempio, il passaggio da una tecnologia 2.0 a quella 3.0).

Le moto, insomma, sono più o meno le stesse di allora. L’andare in moto è rimasto più o meno lo stesso di allora. Ma il casco, ad esempio, ha già cancellato da molto la sensazione di correre liberi nel vento, che per molte generazioni non è nemmeno più un ricordo. Così come non è nemmeno più un ricordo la sensazione che al tempo delle frontiere si provava non appena oltrepassato il confine, guardando indietro al proprio mondo che si era appena lasciato. E dal quale, in quei pochi metri, ci si sentiva già smisuratamente lontani, come se quel breve tratto di asfalto tra le barriere fosse un oceano e quei monti azzurri un’illusione.

Nel frattempo, al mondo è stato insegnato che una copia, per definizione espressione della molteplicità, può essere sì la falsificazione di un’identità, ma può anche essere uno strumento di diffusione di un oggetto interessante, e quindi un veicolo di democrazia, valore di per sé assoluto, la molteplicità è divenuta valore universale, rispetto all’ Uno, che della molteplicità è l’opposto, è che è dunque oggi un disvalore, in disgrazia. E così come la figura del Pirata si è trasformata, diventando l’opposto di quella che era, la parola «rivoluzione» ha modificato il suo significato, contraddicendo il suo originale di rottura, di uscita e di ritorno, fino a cancellarlo definitivamente.

Oggi, le moto sono cariche di elettronica, che migliora le prestazioni e limita la pericolosità. Corrono sicure lungo strade fitte di insidie e di autovelox. Tutta roba conveniente, pare. Ad esempio, non capita più di fermarsi lungo la strada a pulire i getti del carburatore, in quella che era l’operazione più frequente per i privati che partecipavano alla Parigi Dakar. Perché le moto sono a iniezione e sono elettroniche. Se si fermano non ci sono interventi che si possano fare sul margine della strada, in autonomia. Basta essere a portata di servizio e c’è sempre un qualcuno che le viene a recuperare. Il che, però, limita drasticamente l’autonomia del vagabondare.

I Verdurin, insomma, come scopre Proust nel finale della Recherche, hanno vinto. Hanno vinto anche questa volta, perché i luoghi (anche i più sperduti) continuano a essere non soltanto Geografia, ma soprattutto interazione: «Tonal». Il risultato delle interazioni intessute nel Tempo (dettato) e nello Spazio (dato), da persone (che poi persone vuol dire “maschere”), più o meno “istituzionalizzate”, più o meno assuefatte al Tempo (dettato), allo Spazio (dato) e alle parole.

I Verdurin hanno vinto, hanno vinto anche questa volta, ripetendo la loro eterna dinamica, sempre uguale a se stessa. Prima iniziano a citare, poi a copiare, poi a replicare e infine a diffondere in quel ciclo perpetuo che rinnova le proprie forme, ma che si ripete meccanicamente, e che significa solo se stesso, assimilato, normalizzato, svuotato dalle specificità. Trasformato in conformità.

Tanto più che le giovani generazioni accolgono i valori che gli vengono proposti come una norma che c’è sempre stata, come un dato di fatto. «Non si può avere nostalgia di un mondo che non si è mai conosciuto». Specie in un mondo in cui ciò che non è visibile e visto, non esiste. In modo che oggi non c’è più posto per il «viaggiatore che vuole solo partire». Non c’è più posto per Howl, che con il suo castello si muove per stabilire la sua non appartenenza a un luogo. E non c’è più posto nemmeno per il suo esatto contrario, l’aviatore disilluso Porco Rosso, chiuso nel suo eremo al di sopra delle fazioni.

Anche se in un mondo in cui ciò che non è visibile e visto, non esiste, l’origine di tutto è sempre la libertà. Assoluta Libertà. Anche se «parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse». Anche se «spiegare, insistere, dimostrare, sono altrettante forme di volgarità». «If I have to explain, you wouldn’t understand». Perché in moto, chilometro dopo chilometro, è l’andare in moto che conta. E solo quello.

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