Finistère, Finisterre

 

Il mare è nero. Livido, come nelle canzoni bretoni. Nero e minaccioso. E il cielo è uggioso. Nascosto dalla spessa coltre di nuvole basse, incombenti, dense e livide. E anche esse minacciose. Le onde lunghe e formate, si susseguono forti e veloci e vanno a infrangersi ai piedi della falesia con il fragore delle bombe. La pioggerellina in compenso è gelida. Punge come spilli. Arriva da ogni direzione portata dai refoli di vento scorbutico e violento.

Perché tira un vento che si fatica a stare in piedi in questo angolo di mondo. In modo che se lo spettacolo del mare, livido, e del cielo, lugubre, non è dei più confortanti, quello offerto dalla manciata di persone che vagano sul prato fangoso appena sotto il parcheggio, ingobbite, avvolte negli indumenti più improbabili per proteggersi dal vento, dal freddo e dalla pioggia, è a dir poco deprimente.

Finistère, detta «Penn-ar-Bed» in bretone, è un triangolo di fango ed erba a picco sugli scogli, abbarbicato sopra una falesia in fondo alla Bretagna. Con un faro (bruttino), in prossimità del quale tre cartelli multilingua avvertono rispettivamente: che è vietato avvicinarsi al faro; che affacciarsi alla scogliera è pericoloso; e che il visitatore ha raggiunto l’estrema propaggine del continente europeo. Intendendo, con queste poche parole, ricacciarlo indietro, rimandandolo a ciò da cui è venuto, ossia alla sua vita di sempre.

D’altra parte, se ogni confine è sempre una tentazione, ma è anche una confortante rassicurazione, nulla è più confine di Finistère, il cui nome deriva dal latino «finis terrae», confine della terra. Altrettanto del nome bretone, «Penn-ar-Bed, letteralmente «punta del mondo», anche traducibile come «fine del mondo», come pare promettere la tempesta atlantica in arrivo. Di quelle immortalate da Turner nei suoi quadri, ma qui, dal vero, dipinta con i colori lividi e tetri di un Caspar David Friedrich di umore particolarmente cattivo, tanto da avverare il verso cantato dall’Arpa nera bretone: «Mare nero, sei l’essere più perfido che abbia visto mai».

A questo lembo di terra e fango chiamato «confine della terra», o anche, più ambiziosamente, «fine del mondo», si arriva percorrendo una strada di campagna, male in arnese, piena di buche e solo parzialmente asfaltata, che sfocia in un ampio parcheggio, nel quale, i più lungimiranti, si sgranchiscono le gambe, prima di tornare lesti a trovare conforto nella propria automobile e quindi definitivo riparo nell’ingorgo provocato dall’incontro dal flusso di auto in arrivo e di auto che marciano in senso opposto, sulla via del ritorno, per quell’unica strada stretta al punto che l’affiancarsi di due veicoli innesca ogni volta annose dispute tra conducenti.

I più ostinati, invece, una volta giunti nel parcheggio, abbandonato il loro mezzo di locomozione, si avventurano in direzione del prato fangoso, che prendono poi a misurare vagando in ogni direzione, trasformati in figurine ingobbite che arrancano nel freddo e nel fango e nella pioggerellina sottile, cercando di opporsi al vento, invano, e che ricordano nelle loro movenze «I pattinatori» di Bruegel, finché, di quando in quando, una delle figurine si ferma, si raddrizza ad annusare il vento come a cercare nell’aria un nuovo orientamento, e poi torna ad arrancare nel vento, di nuovo ingobbita, alla deriva su quel lembo di terra fangosa del quale, l’unica cosa chiara già dal nome, è che più in là non si può andare. Si può solo tornare indietro.

Nemmeno i gabbiani osano più avventurarsi oltre la scogliera. I treni di onde, che arrivano galoppando dall’Ovest, con un fetch di migliaia di chilometri, montano sempre più lividi e giganteschi. Sormontati da frangenti ancora più rapidi e minacciosi. E ogni volta martellano di colpi la falesia, rimontandola. Ogni colpo, un po’ più cupo e un po’ più profondo, capace di risalire con maggiore energia lungo la roccia a strapiombo, sempre più in alto sulla roccia. «Mare nero, sei l’essere più perfido che abbia visto mai».

Sul prato fangoso, però, alcune delle figurine radunate in prossimità del faro, azzardano l’esplorazione della scogliera, calandosi faticosamente, e goffamente, malgrado il cartello di divieto, fino al primo (e unico) gradone, alto circa un metro, dal quale attacca la parete a picco che una settantina di metri più in basso precipita negli scogli, nell’acqua spumeggiante. Dove il moto ondoso continua a infrangersi ossessivamente, sprigionando tutta la sua forza con il fragore di un bombardamento. E al momento di risalire e riguadagnare il prato, il vento trascina intatte, anche amplificandole, le imprecazioni, i commenti e gli scoppi di risate, con i quali il gruppo di impavidi sottolinea il compiaciuto divertimento che suscita in loro non riuscire a  risalire il gradone, quello di un metro per intenderci, per riguadagnare il prato fangoso.

D’altronde, così come ogni confine è sempre una tentazione, ma è anche una confortante rassicurazione, l’umorismo è altrettanto faccenda diabolicamente precisa. Il cui più efficace dei fattori essenziali è l’ovvietà (l’altro è la violenza). In modo che nel tempo, alcuni argomenti si sono guadagnati la nomea di divertenti. Tra questi le suocere, i mariti oppressi, la calvizie, la balbuzie, le torte in faccia e le cadute, appunto. Cadute e scivoloni. Specie nei posti più inattesi. E il modo più sicuro di rendere qualcosa ovvio è offrirlo in un contesto speciale come questo.

La Finistère bretone, infatti, non deve essere confusa con la Finisterre iberica, o meglio galiziana, il cui nome Finisterre deriva dal latino «finis terrae», confine della terra, e che consiste in un triangolo di fango ed erba a picco sugli scogli in fondo alla Galizia, accanto a un faro (bruttino) in prossimità del quale tre cartelli multilingua avvertono che è vietato avvicinarsi al faro; che affacciarsi alla scogliera è pericoloso; e che il visitatore in quel punto ha raggiunto l’estrema propaggine del continente europeo. Intendendo, con queste poche parole, ricacciarlo indietro, rimandandolo a ciò da cui è venuto e che voleva, o credeva, di poter abbandonare.

Anche se, in effetti, il primato di punto più occidentale del continente europeo non appartiene né alla Finistère bretone, né alla Finisterre galiziana. Ma spetta a Cabo da Roca, situato sulla cosa portoghese, nel distretto di Lisbona, a 140 metri sul livello del mare. Seguito, nella particolare classifica, da Capo Touriñán, questo effettivamente in Galizia, sulla Costa da Morte, presso Muxía, nei pressi del santuario della Virxe da Barca, di fronte al quale c’è il luogo di culto megalitico, della Pedra de Abalar, la pietra oscillante che viene fatta oscillare in cerca del suo punto di equilibrio. E da Cabo da Nave, anch’esso in Galizia, ma situato a quattro chilometri dalla Finisterre galiziana.

La Bretagna, però, è risaputo, gode di ottima reputazione turistica. Mentre la Galizia è terra di naufragi, di coste battute dagli impietosi venti atlantici e di musiche malinconiche. Un cimitero di navi affondate dalle tempeste o smarrite nella nebbia impenetrabile che le ha portate a schiantarsi sulle scogliere, alle quali poi bisogna aggiungere in naviglio affondato nelle battaglie succedutesi nei secoli per il controllo di questo braccio di mare. Naviglio tra il quale purtroppo si annovera  anche il sommergibile italiano Leonardo Da Vinci, comandato dal capitano di Corvetta Gianfranco Gazzana Priaroggia, affondato il 23 maggio 1943 dall’azione combinata del cacciatorpediniere britannico Active e della fregata Ness, mentre tornava alla base di Bordeaux.

Di conseguenza, data l’ottima reputazione turistica della Bretagna, presso il faro della Finisterre galiziana, insieme ai tre cartelli multilingua identici a quelli della Finistère bretone, è stato apposto il cippo del «Chilometro zero» del Cammino di Santiago, molto fotografato da turisti e pellegrini, ed è stata eretta la Croce presso la quale è divenuta usanza dei pellegrini lasciare una pietra come ricordo del loro passaggio. I pellegrini, infatti, oggi, dopo avere raggiunto Santiago di Compostela e compiuto il tradizionale «Cammino»,  possono proseguire per un altro centinaio di chilometri fino al cippo del «Chilometro zero», per bagnarsi nell’Oceano, in segno di purificazione, bruciare un indumento indossato durante il Cammino, raccogliere a prova dell’avvenuto pellegrinaggio una delle conchiglie che segnano il cammino a partire da Roncisvalle, lasciare accanto alla Croce una pietra come ricordo del passaggio e quindi farsi fotografare accanto al cippo.

Il successo è stato tale che anche a Cabo da Roca, sulla costa portoghese, punto più occidentale del continente europeo, accanto al faro (bruttino) contornato di cartelli multilingua, è stata eretta una Croce, a circa duecento metri dal parcheggio, è stato apposto un cippo con inciso un verso di Luís Vaz de Camões, poeta lusitano paragonato dai compatrioti al suo contemporaneo Shakespeare, e assenti delle tipiche conchiglie, il locale ufficio turistico ha realizzato e messo in vendita a caro prezzo un diploma in finta pergamena che attesta il passaggio nel punto più ad ovest del continente europeo.

L’efficacia di tutte queste iniziative, però, a Cabo da Roca ha trovato ostacolo nel fatto che Sintra, la cittadina più vicina a Cabo da Roca, si raggiunge da Lisbona in meno di 45 minuti di treno locale simile a una metropolitana di superficie, lungo la tratta che attraversa il susseguirsi di spogli palazzoni della periferia lisboneta e poi qualche paese esterno alla cintura urbana. Oppure, si raggiunge in meno di mezz’ora di auto, percorrendo la stessa strada degli autobus diretti a Cabo da Roca, che, oltre alla periferia lisboneta, in un giro appena più lungo di quello della ferrovia, attraversa alcuni piccoli paesi esterni alla cintura urbana.

Nel frattempo la pioggerellina bretone si è infittita, velando di un grigio ancora più tetro il paesaggio nel quale le figurine alla deriva sul lembo di terra fangosa sono più lontane e impercettibili. In cima alla falesia, per come si è intensificato il vento, l’ombrellino rosso della «Passeggiata sulla scogliera» di Monet, sarebbe già brandelli, così come dissolte in balia della luce e del colore plumbeo, livido in tutti i suoi diversi toni, le figure femminili che Monet, nel quadro, per sottolinearne l’immaterialità e la medesima matericità e atmosfericità delle cose, cattura e trattiene con fatica.

Si può solo avere paura «che il cielo cada sulla testa», dunque, su questa falesia, mentre il flusso di auto che proviene dalla strada si è interrotto, e la maggior parte delle auto è già avviata alla via del ritorno. Nel parcheggio rimangono alcuni camper di famigliole provviste di figli preadolescenti, che, con il passare delle stagioni, hanno trasformato da costrizione a vocazione la ricerca di mete alternative. E solo alcune delle auto delle tante coppie giunte qui alla ricerca di mete alternative ai divertimentifici. Alcune coppie dalla studiata, studiatissima, noncurata eleganza, a bordo di automobili confortevoli, altre coppie più ostentatamente male in arnese, a bordo di utilitarie più fruste, non fa differenza.

Tutti comunque profughi, quelli transitati per questo lembo estremo di terra inospitale. D’altronde questo è il viaggiare moderno. Il viaggiare delle vacanze, in cui tutta l’emozione si dissipa nella preparazione e solo l’imprevisto può arrivare a salvarti. Poiché, se ogni confine è sempre una tentazione, nulla è più rassicurante di un cartello multilingue che all’estremo del mondo, o anche solo del continente, ti informa che più in là non si può andare e che si può solo tornare indietro, al proprio posto, al luogo di sempre, alla vita da cui si è venuti e che si era pensato di poter lasciare.

Ormai diluvia. E il parcheggio si è quasi completamente svuotato, rivelando sul lato opposto, più ridossato dalle intemperie, alcune tende scosse dal vento di quelli che, per differenza con i veicoli rimasti nel piazzale, pare siano arrivati qui a piedi. Più discosti, altri, seduti sull’erba a una decina di metri l’uno dall’altro, fradici, anch’essi arrivati qui a piedi, probabilmente, ma senza neanche una tenda.

Gente che mai accetterebbe di essere accomunata in un gruppo, con ben visibili le cicatrici di tutti i precedenti tentativi di fuga andati male. Come gli ultimi tre motociclisti, soli, rimasti nel parcheggio, sotto la pioggia ormai pronunciata. Partire adesso, incolonnati su quell’unica strada significherebbe raccattare, oltre alla pioggia che tanto cade lo stesso, anche la fanghiglia sollevata dai veicoli che arrancano sulla strada del ritorno. Meglio aspettare il deflusso del traffico, quindi. Impazienti di tornare a esplorare terre e luoghi di maggiore respiro rispetto a questo fazzoletto inospitale.

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