Allées Paul Riquet

 

Il panaché è finito, l’arsura no. Da sotto il tavolino di ferro, coperto da una tovaglietta verde malva, i miei stivali neri impolverati, pesanti, spiccano nel contrasto con la costellazione di sandaletti colorati che, passo dopo passo, si accalcano nella zona pedonale di Beziers, Midi-Pirenei, regione del sud-ovest: un lungo viale alberato dal quale, per come sono seduto sprofondato, a gambe stese, non mi riesce di scorgere l’inizio e la fine.

Tutt’intorno, la pigra quiete di una serata ancora agli inizi, e una selva di gambe, mini abiti multicolori, sabot, bicchieri e lattine di birra. «Potete trovare diverse caffetterie molto graziose sulla Allées Paul Riquet», recita il depliant che qualcuno ha dimenticato sopra la sedia accanto alla mia. «Ci sono diversi ristoranti dai prezzi più svariati sulla Allées Paul Riquet», e in effetti se ne avvertono gli effluvi.

«Si cucina in stile spagnolo sulla Allées Paul Riquet, con tapas e paella, che piacciono molto ai turisti». «Si cucina in stile vietnamita sulla Allées Paul Riquet», inconfondibile la nota di ristretto di glutammato, agliato che si avverte nell’aria. «Il supermercato più comodo della città è sulla Allées Paul Riquet». In modo che la vita tutta si concentra e scorre sulla Allées Paul Riquet. E dunque sono nel posto giusto, si direbbe.

Si concentra, e scorre, la vita nella selva di gambe, sandaletti e sabot. Si concentra, e scorre, addensata e salata come il ristretto di glutammato per le tapas e la paella che piacciono tanto ai turisti. Si concentra, e scorre, negli orli delle gonne appena accarezzati da un improvviso soffio di vento caldo come l’aria che ho attraversato in moto lungo tutta la giornata, e che di quegli orli, con uno sbuffo, solleva i più leggeri.

Poi, nell’aria di nuovo ferma e calda, le mani tornano accanto ai bicchieri e la parata di gonne corte, sempre più corte e anche cortissime, torna ad animarsi. Gambe abbronzate, tradiscono il rimpianto per le vacanze appena terminate, e le gambe ancora pallide fremono nell’attesa delle vacanze tanto agognate, con tutto il corollario di avventure ed esperienze collegate.

Mentre a me, sprofondato come sono nella sedia di plastica bianca, non resta che tornare a perdermi nel paesaggio di «jeune-filles», dal portamento stentato. Di quando in quando investito da folate di profumo femminile, dolce, stucchevole, invadente e dozzinale, dal quale, denso e intrusivo com’è, fatico a liberarmi. Il portamento, infatti, è un dono naturale. Non è una catena, ma circonda, accerchia, cinge. E al centro, agisce magnetica l’alchimia, che attira, o respinge, irrevocabilmente.

Il cameriere, piccolo, calvo e maldisposto, si affanna cercando un passaggio tra i tavoli che ha disposto stretti uno accanto all’altro. Gli faccio cenno per un altro panaché. E mi risponde con un cenno, mentre si affretta per prendere un’altra ordinazione, ben più corposa, dall’altro capo della strada. D’altronde, come biasimarlo? All’ora di punta, in alta stagione, un cliente da solo a un tavolo da quattro persone non è mai gradito. Peggio che mai, poi, se è un motociclista, che si sa consumano poco.

«Se siete alla ricerca di lussi nascosti, di tesori segreti e di autenticità, il Midi-Pirenei è la giusta destinazione, che fa per voi», recitano le guide turistiche. Ma non è per questo che ho speso la giornata in un tranquillo su e giù per le colline, lungo le strade ancora presidiate dalle misteriose e irraggiungibili fortezze disseminate sulle cime delle Corbières, nel massiccio dell’Aude, cui ora, però, non sono rimaste che le rotonde e i centri commerciali da sorvegliare. E nemmeno per tesori gastronomici come lo Chasselas de Moissac, bianco, o il cremosissimo Rocamadour, o il Bleu di Causses. E neppure per i vini di Cahors, Gaillac e Madiran, o l’aglio rosa di Lautrec.

Anzi, lo spettacolo di quei tanti graziosi ristorantini che affacciano sulle vie principali di ogni località, mi dispone a quella particolare tristezza di chi immediatamente, nella disposizione di quei tavoli e nella affettazione dei camerieri vede i retrobottega in cui albergano le sudice cucine improvvisate nella quali, un qualche studente maldisposto, prima si affanna a trattare con astioso disprezzo quelle carni d’agnello ruspante del Quercy, di vitello d’Aveyron, o di pollame di Gers, che devono la loro prelibatezza all’aria aperta nella quale sono state allevate, al latte materno con il quale sono state nutrite per i settanta giorni filati che è durata la loro intera vita, agli otto mesi che necessari a fare acquisire loro il peso che ne giustifica poi la macellazione, e a fine serata, con altrettanto astioso disprezzo, unito però a un senso di liberazione, ne getta frettolosamente nel bidone dell’immondizia il sacchetto colmo dei legnosi e inaciditi resti, maleodoranti, e imbrattati di senapi rattrappite.

Il mio, insomma, a pensarci, può sembrare un ciondolare dalla poltrona al divano domenicale, con qualche sosta davanti alla libreria, per sfogliare le pagine di un libro scelto a caso. Da richiudere immediatamente non essendo affatto interessato a sapere le faccende di cuore del signor, o della signora, Tal dei Tali. Ma andare in giro in moto da solo, con tutto l’alone di sospetto e diffidenza che si trascina come bagaglio, lascia immune da qualsiasi noiosissimo episodio di socializzazione. Nessun patetico resoconto di viaggio desolatamente banale e uguale a mille altri. Nessuna melodrammatica confidenza su desideri, aspirazioni, e – peggio ancora – a proposito della vita lasciata in sospeso a casa. Nessuna domanda, e dunque nessun fraintendimento, da fronteggiare. Nessun contatto insomma con quel mondo equivoco fatto di chiacchiere, ossia di scadimento della parola e, soprattutto, di autobiografie trasfigurate in epopea.

«La padella restituisce sempre quello che ci metti», mi viene dunque da pensare mentre il fresco del bicchiere attenua il formicolio delle mani indolenzite dai chilometri. Il cameriere, nel frattempo, si è finalmente deciso a portarmi il secondo panaché, che ha deposto svogliatamente sul tavolino rovesciandone anche un po’. «La padella restituisce sempre quello che ci metti», ma pochi, in tutti i campi, sono disposti ad ammettere che le ragioni di una cattiva pietanza albergano in realtà oltre la pignatta. E ancora meno sono disposti a cercarne le ragioni oltre il ristretto ambito degli ingredienti e della ricetta, ritenendo di gran lunga preferibile ficcare tutto in pentola per poi proseguire altrove.

Ad esempio nel cicaleccio di voci e nel tripudio di appetizers irranciditi, assiepati nella calca di questo corso dedicato a Paul Riquet, ingegnere responsabile della costruzione del Canal du Midi, che collega la costa meridionale della Francia alla baia di Biscay, ora punteggiato dal tintinnio dei bicchieri, dal ticchettio dei passi femminili sul selciato e dagli scoppiettii delle risate, sguaiate e di maniera, che si fanno per mettersi in mostra, e che puntualmente svaniscono senza lasciare traccia, in una lunga linea che a quest’ora, di paese in paese e da cittadina a cittadina collega la costa meridionale della Francia alla baia di Biscay.

Mentre, per come le papille gustative sollecitate si eccitano e si esaltano, ed eccitandosi si confondono, la sovreccitazione delle prime, più sensibili, contribuisce a mettere fuorigioco tutte le altre, collaborando a cancellare ogni percezione e ogni caratteristica, lasciando spazio al desiderio immediato di un altro morso, altrettanto neutro e insapore, e di un’altra vertigine, neutra e insapore in cui consiste quel gusto medio, perfettamente trasversale, capace di compiacere i consumatori di ogni specie, che oggi corrisponde al nuovo Graal del nostro tempo. Perché in questo caleidoscopio di sensazioni, come in tutti gli altri del resto, bisogna concentrare tutto e subito sulla punta della lingua e nient’altro.

Il cameriere intanto è tornato a riscuotere il conto e, con consumata esperienza, ha tralasciato di sgombrare i rimasugli della prima ordinazione. In modo da poter tornare giusto al termine di questo secondo bicchiere, e con la scusa di ripulire il tavolo, di lasciare cadere con nonchalance, a denti stretti, quel: «Desidera qualcos’altro?…», che nelle sue intenzioni, e per sua esperienza, libererà il prezioso tavolo da quattro dallo sgradito ospite singolo. Non ne sono affatto infastidito, però. Anzi: il pensiero riesce quasi a mettermi di buonumore, perché funziona così anche nei Night Club. Una consumazione ogni quarto d’ora, per l’avventore e per l’accompagnatrice, e dunque ogni quarto d’ora un passaggio di un premuroso cameriere, meglio se mai lo stesso, ad accertarsi che tutto prosegua come di dovere, lesto a raccogliere una nuova ordinazione.

Trovo insomma confortante che quel piccolo ometto calvo e sgarbato, prigioniero dei suoi limiti com’è, si dia comunque cruccio di elaborare strategie per influenzare il proprio piccolo mondo circostante. Lo trovo addirittura ammirevole. Così come non mi riesce di scandalizzarmi per il fatto che gente incapace di osservare abbia bisogno di categorizzare. Anzi: trovo sciocco il sorprendersi, e lo scandalizzarsi, per il fatto che il risultato del rovello, sia degno, e pari, all’ingegno che lo ha prodotto. Così come trovo sciocco imputare alla padella, o al forno, il cattivo sapore della pietanza e pretendere dagli altri ciò che gli altri, per loro struttura, conformazione e qualità non possono dare.

In questo corso, in cui ciascuno è impegnato a dare buona rappresentazione di sé, trovo che guardare sia invece un dovere del visitatore cortese, una prova di buona educazione. Soffermarsi su quella caviglia particolarmente tozza, ad esempio. Poi su quel piede femminile gonfio, con le dita porcine ma molto curate, segnato dalle sottilissime fettucce dei sandali che scompaiono sprofondando nella carne. Sulla pelle raggrinzita di quel seno abbronzatissimo, più cadente che abbondante, ostentato con consumata volgarità. Spettacoli che altri confonderebbero impropriamente con l’orgoglio della bruttezza, ma che sono solo cristallizzazione del gusto proprio, personale, individuale, benché pessimo. Ossia risultato dell’assenza del principio di metamorfosi e della sua possibilità.

Intanto, col passare del tempo, la luce si è addolcita. Il sottofondo salmastro che mi era parso di sentire non appena arrivato è completamente svanito. E ora, assunta una posizione più consona, ossia meno sprofondata sulla sedia, il viale rivela tutto il suo carattere di fabbrica. Allée Paul Riquet è dunque un lungo rettangolo alberato, illuminato dalla luce arancione del tramonto e delimitato dai bagliori delle insegne dei locali, che ora, simile a un grosso motore imballato, in attesa di raggiungere il giusto regime di giri, macina calca, intessuta dall’andirivieni dei camerieri, producendo un confuso e disarticolato frastuono, in battere, sotto l’effluvio di cibarie che, al pari del frastuono, proviene dall’interno di locali simili a officine, unte, incandescenti e buie, coi banconi ingombri di bicchieri da birra e pile di piatti sporchi.

E come per ogni fabbrica che si rispetti, al centro dello spettacolo, lo stentato brillio di falene carine, piene di amici, ma in fondo sole, intente a sfilare come se cercassero di vendersi, malgrado nessuna ci riesca in modo convincente. Un calderone in cui la vergogna consiste nel fatto di non essere stata scelta, e non nel fatto di essere stata comprata. Finché di notte, nel silenzio della strada, lungo i marciapiedi, si potranno raccogliere sempre gli stessi pensieri, finiti accartocciati nel cuore pulsante di una serata risolta dal solito continuo rimbalzo di frasi scheletriche e avances, senza riuscire a esprimere altro che rifrazioni di ciò che invece si voleva sembrare. Falene più o meno carine, ma sempre straniere fra i loro desideri. Sempre divise da una vetrina per cui non toccano nulla e non sono toccate da nulla.

Guardo l’orologio. A quest’ora gli alberghi saranno sicuramente tutti completi. E la serata, che nel frattempo è rinfrescata, è ancora troppo luminosa per avere voglia di rintanarsi in un qualsiasi posto. Il cameriere, trafelato, è tornato a prendere i bicchieri, e con nonchalance, senza neppure guardarmi in faccia, ha mormorato a denti stretti: «Desidera qualcos’altro?…». Ho viaggiato tutto il giorno sotto la canicola e ora, più di tutto, ho voglia di chilometri sotto una luce più accogliente. Così ho declinato, e raccolte le mie cose mi sono incamminato verso la moto, parcheggiata poco distante, oltre il viale, per non dare nell’occhio. Intorno ci sono i Pirenei, la Spagna, il Canal du Midi e il Mediterraneo. Addirittura potrei pensare all’Auvergne e persino al Limousin. Ma come sempre sceglierò solo la direzione.

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