Deep Blue

Stamane il cielo è incredibilmente terso. La strada corre sinuosa sul lato della collina che affaccia a picco sul mare. L’orizzonte è sfumato d’azzurro. L’aria è salubre di salsedine. Il sole è appena sorto. E qui, ora, con la dolcezza dei saliscendi, e qualche residuo di pubblicità di creme solari e di osterie di paese che non esistono più, non manca nulla.

Molti pensano che viaggiare senza meta con una auto del passato, anziana insomma, richieda una buona dose di coraggio. Pensano sia una bella avventura. Soprattutto per gli standard odierni. Malgrado le molte auto d’epoca che gareggiano sulle lunghe percorrenze, come nella Mille Miglia o nella Coppa Nuvolari.

Viaggiare da soli, però, con un’auto datata, è considerata una follia. Anche se entrambi siamo nati in un luogo che non esiste più. Non esiste più il Portello, Non esiste più quella Milano fatta di meccanici orgogliosi di questo motore. Di lattonieri orgogliosi di queste linee. Di tecnici orgogliosi di questa tenuta di strada.

La Storia ha preso altri binari. Non può più tornare in quella direzione. È diventata un racconto, che coinvolge passato e presente, realtà e mito, nel quale il tempo scorre in maniera inesplicabile. Le destinazioni non contano, le distanze non hanno significato. E per chi non ha un posto in cui tornare, viaggiare è perfettamente naturale.

Così, anche se per gli standard odierni è una follia, stamane, con l’idea di goderci la strada costiera senza impicci, siamo partiti all’alba. Posizione di guida infossata, leva del cambio alta, come nelle più classiche delle Alfa Romeo, sterzo preciso come pochi, la Spider è poi una di quelle automobili capaci di innescare i più disparati e inspiegabili moti dell’animo.

Discende dalla Giulietta Sprint Speciale. Il motore è il pluri-vittorioso bialbero della GTV, ma di gare non ne ha mai corsa una. Non vanta quindi il palmarès di altre Alfa Romeo, ben più blasonate. E nemmeno è una vettura “rara”. Anzi, è la più longeva delle Alfa Romeo. E nei ventotto anni in cui è stata prodotta (dal 1966 al 1994), nelle diciassette versioni che si sono succedute, ne sono state messe in strada ben 124.115.

Oltretutto, nemmeno si chiama «Duetto», come tutti invece si ostinano a dire. Poiché quel nome, allora mutuato da una famosa merendina già in commercio, in conseguenza all’intervento del Tribunale di Milano rimase solo ai primi 190 esemplari già prodotti all’epoca della Sentenza.

Eppure, a ogni sosta bastano pochi minuti per trovarsi accerchiati da un piccolo capannello di curiosi, dal quale, inevitabile, si alzano i commenti e i resoconti più strampalati, e sempre uguali. «L’aveva un mio amico». «L’aveva mio zio», «L’ho avuta anche io». «Anzi, io ne avevo due!». Fino a sfociare nell’unica domanda ammessa dalla metafisica moderna: «Quanto costa?».

Nel mondo occidentale, infatti, il racconto del viaggiare è iniziato con l’Odissea. Ha attraversato i Secoli accompagnato dalle domande della metafisica di Pascal. E infine è atterrato nel resoconto dei turisti. I quali, nell’unica domanda ammessa dalla metafisica moderna, riassumono il senso di qualunque cosa. Del viaggiare, della libertà, dello spirito di avventura contemporaneo e di qualunque mitologia. «Quanto costa?».

Per questo, stamane all’alba, dopo una breve sosta per un caffé nell’unico bar aperto nella Piazza del mercato, un ampio spazio quadrato, inondato di tende sotto le quali i più mattinieri stavano già sistemando le prime bancarelle di frutta e di fiori, dopo avere superato il piccolo capannello di curiosi che le si era formato intorno, ci siamo messi in marcia nel deserto della strada.

Abbiamo superato i larghi viali orlati di palme dei quartieri eleganti. Attraversato il lungomare colorato dagli stabilimenti balneari chiamati Tahiti, Tropicana e Sun Beach, con le file di ombrelloni ancora chiusi nelle stoffe a strisce un po’ sbiadite. E ci siamo inerpicati lungo la sinuosa strada costiera, ancora indenne dal flusso dei turisti e dalle loro cronache.

A quest’ora, infatti, crogiolati dall’aria pungente, nella luce del primo sole, poco importa che sul lungomare, per ammirare il panorama, sempre più frequentemente si debbano lasciare fuori dal campo visivo il condominio che spunta sulla destra, o l’insegna del Fast Food che si affaccia a sinistra.

Le trame del tempo mutano le forme in corpi nuovi. Ma quando la Spider era ancora un’idea che andava prendendo forma, guidare era ancora interpretare il mezzo meccanico rendendolo una naturale estensione di se stessi per correre, o anche solo per perdersi nel paesaggio.

Lontano dalle Autostrade costrette dai loro guard-rail come binari fino a destinazione. E lontano anche da quelle strade intorno alle quali tutto è comunque posizionato ad angolo retto. La striscia d’asfalto, rispetto ai solchi dell’aratro, le siepi rispetto alle villette a schiera, la chiesa parrocchiale rispetto a tutto il resto.

Tanto più che il motore spinge da subito, e con l’autobloccante ti permette di schizzare fuori dalle curve solo di accelerazione, anche se per divertirsi davvero richiede una guida attenta e precisa, soprattutto sul bagnato dove la tenuta di strada è praticamente inesistente.

Viaggiare, inoltre, quando la Spider era un’idea che andava prendendo forma, al pari di “voyage” in francese e “viaje” in spagnolo, veniva dal latino “viaticum”, la provvista, ossia la capacità, necessaria per affrontare il cammino, altrimenti impossibile. E in tedesco era (come tuttora è) “reise”, dal latino “oriri”: sorgere. Come in inglese “to rise”: una nuova nascita.

Mentre oggi, il concetto considerato sinonimo di viaggio è la vacanza, dal latino “vacantia”: essere vuoto, non occupato. Stridente sia rispetto al viaggiare da “viaticum”, con la capacità di affrontare il cammino, sia rispetto al viaggiare da “oriri”. Del sorgere, in una nuova nascita. E anche nel caso di vacanza come viaggiare per divertimento, “divertere” sarebbe cambiare strada, sperimentare cose diverse.

Dopo una secca curva cieca a destra, il breve rettilineo all’ombra dei pini marittimi termina in un’ampia curva a sinistra, molto larga all’inizio, poi sempre più stretta, che chiude in un tornantino in salita, dalla cui sommità il panorama del golfo si apre come in una cartolina anni cinquanta.

È un tratto da percorrere in pieno, eppure rilassati. Resistendo alla tentazione di diminuire la velocità o di frenare. A ingresso curva infatti basta appoggiarsi alla traiettoria e regolare la trazione con l’acceleratore. Bisogna però fidarsi dell’auto che punta e scalpita fino all’imbocco del tornantino. E poi assecondare il cambio di direzione e accelerare fino allo scollinamento. Fin quando si viene investiti dal profumo di non so quali piante. Che da lì, lo so, la vista del mare è stupenda.

Perché a noi, che non abbiamo più un posto in cui tornare, basta questo. L’orizzonte sfumato d’azzurro, l’aria salubre di salsedine, la luce nitida del mattino. Il profumo di una pianta della quale non si conosce il nome. Senza perdere tempo a domandarci: «dove dobbiamo andare noi che alla ricerca della nostra parte migliore siamo costretti a vagare per queste lande?». Viaggiamo e basta.

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