Soul food to go

Triumph e Asso Caproni

Ci sono cose difficili da raccontare ai miei figli. Perché dovrebbero viverle, per farle loro. Perché siano di qualche utilità per loro. E non solo perché «spiegare, insistere, dimostrare, sono altrettante forme di volgarità».

Tra queste tante cose, la più difficile da raccontare sono senz’altro i pranzi del giovedì.

A casa Menotti, infatti, i pranzi e le cene si consumavano in un rigore formale ottocentesco. In una atmosfera distante e irraggiungibile dai modi, e dalla vita, di quel mondo degli anni ’70, e poi ancora degli anni ’80, che discostando appena lo sguardo, per quello che era il mio posto a tavola, vedevo scorrere oltre le finestre.

E mondo che ammetto, talvolta, durante quei pranzi, mi capitava di sbirciare al di là dei vetri, mentre nelle conversazioni, i nomi di Samuel (Barber), Jean (Cocteau), De Chirico,  Stravinskij, Toscanini, Horowitz, Ezra Pound, Dylan Thomas scivolavano sulla tovaglia ricamata con disarmante naturalezza.

Mescolati, e mescolandosi, ai ricordi, agli aneddoti di famiglia, al teatrino delle marionette e alle estati a Cadegliano, a Nonie e Thomas Schippers, al racconto degli scherzi (tutti terribili) o alle storie inventate sulla nana, alle considerazioni sulla società contemporanea, alle riflessioni sullo scopo di fare, e in che modo fare. Le quali, però, il più delle volte, consistevano nella elencazione dei motivi per non fare questa o quella cosa.

A ricordarli ora, quei momenti avevano nella compostezza il loro tratto fondamentale. Nella compostezza, nella misura e nel metro.

Anche se, pur nel severo, severissimo rigore formale, i modi erano familiari, simpatici. Le conversazioni fitte di ironia. D’arguzia e destrezza intellettuale brucianti. I commenti, mai accomodanti o sentimentali. Il più delle volte urticanti. Rassegnatamente elitari. Sempre fieramente passatisti.

Dicevano ciò che doveva essere detto e tacevano ciò che doveva essere taciuto, con la sveltezza dei maghi che tolgono un coniglio dal cilindro.

In un microcosmo perfettamente autosufficiente, che aveva le proprie dinamiche relazionali, una propria valuta corrente, una propria lingua, la propria Storia e soprattutto una propria mitologia.

Sotto la quale, però, dissimulato in ciascuno, c’era l’acciaio della volontà, indifferente a qualunque emotività, pur di raggiungere e realizzare lo scopo. Per tutti sempre il medesimo. Unico e ricorrente. La Morte intesa non come disfacimento del corpo, come rinuncia alla vita, ma come Rivelazione, risposta alla domanda più vecchia del mondo. Perché esistiamo, e cosa cerchiamo esistendo.

Scopo da raggiungere con determinazione analoga a quella che da bambino aveva portato l’avo Mosé a stendere con un diretto il coetaneo Franz Joseph I von Österreich (sì, proprio quel Francesco Giuseppe, poi “Cecco Beppe”) che lo importunava mentre si esercitava al pianoforte.

Sebbene, sia chiaro: a quella tavola, così come in famiglia, per ovvie ragioni di compostezza, non vi è mai stato posto per una faccenda così sciocca e banale, riesumata invece, e assurta agli onori delle cronache, per la sua carica simbolica. Al punto da averla io scoperta, casualmente, da un articolo del Corriere della Sera.

Poiché a quella tavola, di generazione in generazione, a un bambino, e poi a un adolescente, e poi a un giovane, era senz’altro permesso di stare zitto e di stare composto in quel microcosmo che assorbiva e sradicava dalla realtà. Ascoltando attentamente, però. E molto attentamente.

Perché con l’ascoltare, al di là dei nomi, dei quali al di fuori da quel microcosmo, il mondo coglie sempre la maschera e solo quella, e mai il carattere, gli affanni, il prezzo della determinazione, o le insicurezze, quante cose e quanti caratteri si scoprivano. Dylan Thomas, ad esempio. O Scipio Slataper. E quante cose c’era poi modo di cercare, di trovare, di approfondire e di sperimentare.

L’ascolto attento, inoltre, era tassativo poiché in ogni occasione incombeva il rischio della domanda, o della richiesta di un commento, che prima o poi fioccava. Rispetto al quale, un’esitazione, una titubanza, o peggio una risposta banale, ordinaria, valeva quella replica bonaria che significava essersi appiccicata addosso, con la propria avventatezza, la patente di cretino. Incolpevole senz’altro, assolto per bonomia. Ma cretino. Affettuosamente e irrimediabilmente cretino.

D’altronde, anche se in quel consesso il jazz e la fotografia non erano riconosciuti come forma d’arte, proprio in quel modo funziona nel mondo del jazz. Niente audizioni. Nessuna cerimonia. Ti presenti con lo strumento una sera e chiedi di poter suonare. Attendi pazientemente l’ultimo brano della serata. E se stai, bene. Altrimenti, ti ritrovi a riporre lo strumento nell’astuccio mentre gli altri proseguono l’esecuzione.

Tanto che trent’anni dopo, quando al cinema, mi capitò di ascoltare la frase: «Sei stato pesato. Sei stato misurato. E quant’è vero Dio, sei stato trovato mancante. Benvenuto in un nuovo mondo. E che Dio vi salvi… sempre che trovi giusto il farlo», ricordando quel momento, mi scappò un sorriso.

Anche perché, proprio come nella barzelletta del jazzista che all’inferno trova riuniti a suonare insieme tutti i musicisti che aveva amato, e con i quali avrebbe voluto suonare, solo una volta che ci sei, scopri che non è il Paradiso, e non c’è mai un ultimo break che venga a salvarti.

Fatto sta, che io che per natura sono timido e per indole non amo passare per cretino, avevo il terrore di quei pranzi e di quelle cene dal rigore formale ottocentesco, scanditi dall’arguzia e dalla destrezza.

Ne avevo un terrore profondo, che però, devo ammettere, celavo dignitosamente bene. Anche perché, ancor più a disagio ero nelle ore successive al pranzo, o alla cena. Quando le discussioni approdavano ai tasti del pianoforte, e in ogni caso, sempre, in quella muta eloquenza caratteristica della casa, che pareva essere stata di ispirazione per il verso della “Gerusalemme liberata” (canto IV, ott.85), e non viceversa.

«E ciò che lingua esprimer ben non puote, Muta eloquenza ne’ suoi gesti espresse», dice il verso. Irrilevante poi che quei silenzi fossero affiancati alle parole di una discussione, fossero pause di una discussione, oppure fossero il silenzio assoluto, tombale, scandito solo dall’alternarsi della pendola, che sopravveniva quando non c’era più nulla da dire, perché si erano esauriti gli argomenti.

Silenzio che si sa: è linguaggio tanto più eloquente quanto più è silenzioso. Linguaggio riservato agli iniziati, però. Capaci di cogliere le sfumature di ogni dettaglio. Silenzio che può diventare, secondo i casi, condivisione o protesta.

Silenzio, già allora avviato a diventare, in una società che distribuiva rumore, sempre più rumore, articolo di lusso che solo i milionari possono comprare nei grandi parchi per costruirci le ville, o con i panfìli, per allontanarsi sui mare.

Ma silenzio che non è cosa facile. Presuppone si sia frequentata la stessa scuola, con la stessa passione e costanza, e che gli allievi abbiano studiato sugli stessi testi. Anche se, soprattutto, presuppone la stessa visione immaginifica ed educata che dagli allievi e maestri esige.

Intendiamoci, però. Qualsiasi avventore avrebbe ricordato, le ore trascorse in quei consessi, e quelle conversazioni, così come effettivamente ricordano, come gradevolissime, incantevoli.

Incantati dai nomi e dagli aneddoti. Dalla capacità di trasformare allegramente anche gli argomenti più noiosi. Incantati dall’aura di quel microcosmo bastante a se stesso.

Con il dubbio (fondato), ma solo i più attenti, di avere compreso ancora meno di quanto pensavano di avere compreso quando erano arrivati. Perché chiaro e condiviso in famiglia, e sotteso in qualsiasi conversazione, che la musica, come la vita, non è nelle note alle quali il pubblico presta la propria attenzione. Ma nell’intervallo tra le note. Così come il calcio non è nei giocatori, ma negli spazi tra i giocatori.

Già, perché a pensarci oggi, anche se a proposito di “aura” è sufficiente leggersi Walter Benjamin per capire, quella attenzione e dedizione allo spazio tra le cose (fossero note, parole o persone), era il segreto di quel microcosmo, per restare distante, il più possibile incontaminato, da una comunità che proprio non andava a genio. Poiché l’estetica, si sa, è la forma assunta dall’etica.

In modo che a quel tavolo, intorno al quale aleggiavano il rigore del nonno Enrico, il coraggio, la vitalità e l’ironia del nonno Mosé, la bellezza virile dello zio Vittorio con i suoi disegni immaginifici, con ciascuno dei commensali interessato dalla morte intesa non come rinuncia alla vita, ma come Rivelazione, l’attenzione a quello “spazio tra le cose” era, più della protesta utile a strillare contro il mondo nella speranza di esserne prima o poi cooptato, l’unico atto possibile. Rivoluzionario, come nell’indole di famiglia. Senza però cadere vittima di modi asociali, arrabbiati e scontrosi. Sprezzanti nel confronti di un prossimo tutto sommato incolpevole.

Per chi, infatti, “fare”. Laddove l’unico fare dignitoso, giustificabile, è il fare per gli altri? Per i colleghi? Per un gruppo di intellettuali? Per le solite facce che sono sempre le solite facce? O peggio per se stessi? Passatisti, dunque. Ma tutt’altro che mossi dal desiderio di fare, di ogni città, un museo, o peggio un mausoleo.

Passatisti, incuranti dell’ostilità, poiché l’estetica è la forma assunta dall’etica. E quindi avversi alle orribili cose con cui gli architetti contemporanei deturpano il mondo e le vite. Avversi alle mode o al far parte di correnti.

Moralisti, ma avversi al perbenismo, al comunismo, così come ad ogni “ismo”. Per riportare i pittori e gli scultori all’architettura del Rinascimento, a costruire piazze, e mostrare che la bellezza può essere anche funzionale.

Per salvare da quella truce minaccia che è l’architetto contemporaneo, quell’umanità che oggi è alle partite di calcio, al cinematografo, davanti alla televisione, e che ho sempre avuto il dubbio non sia lecito salvare.

«Cos’è rimasto di quel mondo?» mi è stato chiesto una decina d’anni fa. Subito aggiungendo l’intervistatore: «Nulla. Non è rimasto nulla. Tutto travolto, tutto cancellato…». «Certo, indubbiamente – gli risposi – Quel mondo è un mondo sconfitto e di sconfitti. Ha perso sopraffatto dalle mode e dalla modernità. Eppure noi di quel mondo siamo ancora qui a parlare. E se in questo mondo dei vincitori ti chiedo di accennarmi il motivetto, o anche solo il titolo, del tormentone della scorsa estate, e peggio di due estati fa, tu non lo ricordi. Non li ricordi. Ma degli sconfitti siamo ancora qui a parlare…».

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