Drive tastefully

La vita, qui sul crinale, ha una linea straordinariamente semplice. Si limita all’indispensabile. Brevi rettilinei, lungo i quali, insieme alle accelerazioni, il principio delle vibrazioni ricorda che tutto a questo mondo è vibrazione. Sia esso un suono, uno sguardo, un colore, una sensazione, un’emozione. Così come ogni differenza è variazione di frequenza, e solo quello.

Forse, riconoscendo una Triumph TR3 ci si aspetta la solita panoplia di elogi e doglianze per una delle più iconiche e divertenti roadster purosangue inglesi, dall’ottimo equilibrio di prestazioni, stabilità ed eleganza. Un centinaio di cavalli erogati da un semplice quanto affidabile e indistruttibile motore due litri ad aste e bilancieri. Coppia motrice interessante, molto interessante. Linea di cintura molto bassa che consente di toccare l’asfalto con una mano stando seduti al posto di guida. La Triumph Roadster è stata l’auto di Mastroianni ne “La dolce vita”. L’auto del Record di velocità a Jabbeke. L’auto di Timo Mäkinen al Rally dei Mille Laghi.

Ma, tensione e risoluzione, il mistero è sempre nelle radici, non nelle fioriture. E quando la luna scompare nel fitto del bosco, tornante dopo tornante il principio del ritmo richiama la regola del pendolo. Ogni movimento è compensato con il suo contrario. Nascita e morte, crescita e distruzione, felicità e infelicità. Ogni cosa che fluisce, poi rifluisce.

Anche qui, al bagliore della luna che quando torna a filtrare dal buio degli alberi, traccia sulla strada i segni di una scala in bianco e nero che, da un bagliore all’altro, misura precisa la velocità.

Tr3 park NIght

Costruita in tre serie, chiamate poi dal pubblico TR3, TR3A e TR3B, la Triumph Roadster presso la casa costruttrice in realtà è sempre e solo TR3. Al debutto, oggi conosciuta come “bocca stretta”, riprende le linee della precedente TR2, dalla quale non si differenzia molto: la calandra, cioè la mascherina anteriore al radiatore, la testata, il diametro dei carburatori SU e poco altro. Poi, alla fine del 1956, i freni a disco anteriori, innovazione importante per quegli anni, introdotta poco prima dalla Jaguar.

Nel 1957, per ovviare ai problemi di raffreddamento nei luoghi più caldi (certo non in Inghilterra!), risolti con un maggiore apporto d’aria al radiatore come soluzione, la modifica del frontale con una calandra più grande (la cosiddetta “bocca larga”). I fari leggermente arretrati, i fanalini incorporati nella calandra. È quella che il pubblico chiama 3A. Cambiano anche il paraurti e i rostri. I sedili diventano più comodi e avvolgenti e debuttano le maniglie esterne alle portiere, per rendere più agevole l’accesso quando capote e finestrini sono montati.

TR 3 Crinale

Santità della ruota e del motore. Se pregare vuol dire comunicare con la divinità, la velocità è una preghiera. Perché l’energia umana centuplicata dalla velocità domina il Tempo e lo Spazio. Velocità e aderenza, il funzionamento degli organi meccanici fino al più minuto dettaglio, corpo e macchina si fondono in un unica creatura.

Sei tu, e non la “macchina”, a sfrecciare sull’asfalto. A rallentare o accelerare la corsa. E con la velocità lo Spazio ritorna al Tempo, e diventa Luogo altro: ποίησις, fare dal nulla. Luogo della creazione. Perché  guidare, non è muoversi tra impegni, traffico, tempi stretti, rilevatori di velocità, punti della patente e altro. Questo è altro. È dovere.

Nessuno, infatti, può “allungare” la propria vita. Ma ciascuno, può, però “allargarla“, quando gli altrimenti piccoli orizzonti trovano nuove dimensioni, e quando lo sguardo si posa su nuove opportunità.

Una caratteristica della Triumph Roadster è che il posteriore scappa. Per qualcuno un’opportunità (e una fonte pressoché inesauribile di divertimento), per altri no. Ma se guidata con giudizio la Roadster non ha comportamenti bruschi. Frena bene, e lo sterzo, normalmente e ovviamente duro in manovra con tutto il peso della vettura là davanti, si fa invece apprezzare per la precisione in velocità.

All’epoca Triumph forniva per la Roadster un catalogo con una miriade di optional, che ne denotavano l’indole (e la concezione) prettamente sportiva, ma anche il carattere polivalente. Spat per le ruote posteriori, ammortizzatori e molle speciali, coppa dell’olio in alluminio, differenziale più corto di rapporto. Ma anche l’Hard Top, il riscaldamento,  la radio, il volante regolabile e il set di valigie su misura.

Triumph Garage 2 BN

Poemi, romanzi, cronache, da sempre il racconto dell’Umanità risuona di una folla di viaggiatori. E tutti loro, siano essi Eroi omerici che peregrinano per mare, Cavalieri erranti protesi all’irraggiungibile, Poeti che si addentrano negli Inferi o Mercanti curiosi che raccontano i loro viaggi dal fondo di una galera, hanno in comune il fatto di essere diretti a una meta. Un luogo, uno scopo. O a uno scopo, che coincide con un luogo.

Eppure se non importa che il luogo esista oppure no. Anzi, i viaggi più indimenticabili raggiungono isole popolate da creature minuscole o gigantesche, mondi celati dietro agli specchi, satelliti ingombri di senno perduto. In quel muoversi da un punto a un altro che, all’apparenza, chiunque può mettere in pratica. A parte il denominatore comune della potenziale tragicità.

È stato Hölderlin a definire con chiarezza il paradosso sul quale si regge il significato della tragedia. Nel tragico il segno è in se stesso insignificante. Perché solo se il segno è insignificante e posto uguale a zero, annullato, può allora rappresentarsi ciò che è originario. Il celato fondamento di ogni natura, il Paradiso.

Ed è stato Gramsci, nel primo dei suoi Quaderni dal carcere, intitolato Americanismo e fordismo, a evidenziare quanto improvvido sia stato l’accesso ai consumi automobilistici dei ceti subalterni, raccontato ad esempio da Henry Ford.

Perché è l’incomprensione a condannare la gente tutta all’ipocrisia. E come annotò Poulet, orrendi sono gli aspetti della vita popolare, oasi di tranquilla crudeltà, ammessa e permessa, in mezzo a un deserto di virtù.

triumph-motor-triumph-car

Guidare, in auto o in moto, infatti non è dovere, ma questione di ritmo: successione ordinata secondo una certa frequenza di una qualsiasi forma di movimento che si svolga nel tempo. È ritmo, una delle due dimensioni della musica. L’altra è la melodia: una successione di suoni con senso compiuto, con propria intonazione e ritmo, appunto, in forma chiusa (strofica), oppure in forma aperta (senza ripresa).

E il suono del motore, la sua vibrazione, le sue frequenze, è – o meglio, dovrebbe essere – accordo di suoni. Sinfonia. Da modulare nel modo migliore prima nella messa a punto e poi lungo il percorso. Nell’alternarsi di curve e rettilinei in forma chiusa (ossia in circuito) oppure in forma aperta (prova in linea), che è anche alternarsi di luci e ombre, fondendo corpo e macchina in un unica creatura, fino alla ποίησις. Fare dal nulla, luogo della creazione.

Guidare è quindi ricerca dell’accordo tra il percorso e le possibilità del mezzo. Ricerca della perfezione tra suono del motore, assetto, limiti e possibilità del telaio e delle geometrie. È Bellezza e Arte. Cammino di perfezionamento alla ricerca di se stesso, nell’alternarsi di curve e rettilinei.

Ma così come la libertà ha bisogno di uomini liberi, bellezza (e Arte), quando regnarono, furono oggetto di una dura disciplina, di cui la maggioranza, diventata padrona dei propri piaceri e delle proprie preferenze, si liberò con sollievo.

Ai più, infatti, la sorte misericordiosa non ha dato che un frammento di coscienza e l’apparenza del resto. E niente come le auto (o le moto), ridotto a simbolo di ricchezza, rivela in un attimo la miseria umana di milioni di individui dei quali può riassumersi il destino col dire che nell’anima loro non accadeva nulla.

Sicché, se indubbiamente – come annotava Poulet – uno dei maggiori delitti commessi contro l’umanità è stato quello di averla abbandonata al proprio gusto, che è detestabile, vero che quello degli esperti o degli altolocati non vale niente di più, altrettanto e ancora più grave delitto è stato quello di averla motorizzata l’umanità, indiscriminatamente.

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